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Università e femminismo dal ’68 ad oggi

Negli anni Sessanta è proprio a Trento che nasce, nel contesto della lotta studentesca, il circolo Lotta Femminista, le donne lottano per la parità di genere e non solo.
La storia dell’emancipazione femminile, sembra coincidere e condividere parte del suo cammino con quello delle contestazioni universitarie.

Se la facoltà trentina vede la luce nel 1962, grazie all’opera di Bruno Kessler, tramutandosi nella prima facoltà di Sociologia in Italia, nel ’68 è anche il primo Ateneo ad essere occupato. Nasce il movimento studentesco del Sessantotto e della Contestazione, si comincia a ribellarsi al potere e a chi lo detiene.

Ed è in questo contesto storico che anche le donne iniziano a ribellarsi allo “strapotere” maschile.

Femminismo_o_misandria

Nel 1972 viene pubblicato il testo “La coscienza di sfruttata”, volume che è il frutto di una tesi di laurea discussa nella facoltà trentina il 27 febbraio 1971, da ben 5 studenti: Silvia Motta, Piergiorgio Lazzaretto, Gabriella Ferri, Luisa Abbà e Elena Medi.
Bando alle discriminazioni e avanti tutta verso i principi di eguaglianza, nella speranza di una società migliore. E se ci pensiamo bene, anche all’interno delle Br tra i componenti di spicco della lotta armata, c’è una donna, Mara (Margherita) Cagol, studentessa trentina, che sui banchi di sociologia conosce e sposa Renato Curcio. Le donne non sono più relegate in casa e non ammettono di essere messe in secondo piano.

Questo il ruolo forte e di ribalta che a partire dagli anni ’70 ha permesso alle donne di ottenere leggi a loro favore, come quella sul divorzio, sull’aborto e ottenendo pari diritti nel rapporto coniugale.

Oggi sono moltissime le iscritte alle diverse facoltà dell’Università degli studi di Trento, l’onda del femminismo sembra però essersi appiattita, di questi tempi si parla più di pari opportunità. Eppure le donne laureate, pur essendo moltissime, rimangono ampiamente discriminate in ambito lavorativo e meno favorite per posizioni dirigenziali.
Anche le più recenti statistiche, mettono in evidenza che gli stipendi “rosa” sono mediamente più bassi rispetto a quelli maschili, e per le “mamme” risulta difficile conciliare famiglia e lavoro, per cui spesso sono costrette ad abbandonare il lavoro.

Mi viene da dire che al di là dell’uso delle parole al femminile, le pari opportunità sono ben lontane dall’essere tangibili. Le donne troppo spesso sono costrette a rinunciare alle opportunità lavorative, se vogliono costruire una famiglia. Forse c’è un grande bisogno di una nuova ondata di femminismo, per superare alcuni ostacoli che ancora si pongono sulla via della piena realizzazione femminile.

Chissà che tra le prossime tesi di laurea discusse a sociologia, si aggiunga un nuovo lavoro scritto a più mani, che possa smuovere gli animi e favorire le donne in ambito lavorativo, garantendo loro la possibilità di procreare, senza rinunciare per questo alla propria realizzazione professionale. Allora sì, che si potrebbero effettivamente sbandierare le pari opportunità.

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