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Siamo Europa Festival – Ucraina e il nuovo (dis)ordine mondiale: la neutralità non è più un’opzione

Era il 2015, ha spiegato il giornalista Rai esperto di Europa dell’Est Danilo Elia, quando ha fatto capolino la domanda: “Il futuro dell’Europa passa dall’Ucraina?”. “In quel periodo a farci quella domanda eravamo in pochi, oggi invece siamo in molti di più”, ha detto Elia, ricordando anche che la guerra non è iniziata nella notte tra il 23 e il 24 febbraio, bensì anni prima, nel 2014, nelle settimane successive alla rivoluzione di Maidan. E chiamarla guerra, ha aggiunto, è una distorsione. “Si tratta  di un’aggressione unilaterale, darle il nome di guerra è fuorviante”.

Danilo Elia ha dialogato con Dario Fabbri, giornalista ed analista geopolitico che dirige la neonata rivista “Domino”, edita da Enrico Mentana. Tema dell’incontro era “Il nuovo (dis)ordine mondiale: le conseguenze sulle grandi potenze e sull’Europa della guerra in Ucraina”.

La neutralità non è più un’opzione. Se anche Finlandia e Svezia, Paesi rinomatamente “neutrali”, hanno chiesto di aderire alla Nato, questa “posizione” perde di significato. “Il modello finlandese, adesso, non esiste più – ha affermato Fabbri – e dobbiamo sfatare un mito: non esistono Paesi neutrali, perché anche la neutralità può avere diverse sfumature. Davanti all’aggressione, poi, questi due Paesi hanno deciso che non conviene più stare al di fuori dell’ombrello della Nato”.

C’è una ragione per la quale Svezia e Finlandia hanno scelto di fare questo passo proprio ora e non anni fa, al tempo dell’Unione Sovietica, quando la Russia faceva molta più paura – oggi invece appare in tutta la sua debolezza e nel suo isolamento internazionale. “C’è un lasso di tempo che intercorre tra la domanda di entrare nella Nato e l’adesione effettiva – ha proseguito Fabbri -; un lasso di tempo in cui i Paesi non sono ancora protetti dalla Nato. In epoca sovietica, Finlandia e Svezia erano sicure che se avessero chiesto di aderire all’alleanza atlantica l’URSS le avrebbe invase. Oggi questo non può accadere: la Russia fa molta meno paura e si è impantanata in Ucraina. Non avrebbe il tempo materiale per colpire i due Paesi ‘traditori’”. Una Russia indebolita, quindi, che non può neanche più contare sull’affinità linguistica con parte della popolazione ucraina. “I russi erano convintissimi che i russofoni li avrebbero ‘accolti a braccia aperte’ – ha detto Fabbri -; questo non è avvenuto, anzi, i russi stanno facendo fatica in Donbass, e hanno dovuto distruggere Mariupol, che è completamente russofona. La stessa Odessa, una città a maggioranza russofona, è ostile alla Russia. La vicinanza culturale, quindi, non si traduce più in una vicinanza di tipo geopolitico”.

Che tipo di mondo possiamo aspettarci, dunque, quando questa guerra finirà? Una parte importante della risposta dipenderà dalle azioni della Cina, che ha fatto una scelta di campo “controcorrente”, schierandosi con la Russia. “La Cina è uno degli attori principali della guerra – le parole di Fabbri -, ma da remoto, perché non vuole avere il danno di immagine che avrebbe se si schierasse apertamente con la Russia. Ciononostante, Pechino protegge Mosca in tutti i luoghi della diplomazia, con le armi e in futuro si presume anche con il grano che acquisterà dalla Russia, stando ben attenta però a tenere in mano le redini dei prezzi. La Russia finirà nelle grinfie della Cina. E questa è la più grande preoccupazione di Macron. I francesi hanno il terrore che la Russia venga ostracizzata dall’Europa, si avvicini alla Cina e riporti gli Stati Uniti sul suolo europeo. Per questo Macron si è fatto promotore della necessità di non umiliare la Russia, un mantra che continua a ripetere. Non vuole che a decidere del futuro dell’Ucraina siano gli americani, e Draghi lo sostiene in questa ‘battaglia’”.

Secondo l’esperto di geopolitica non dobbiamo “puntare il dito” con l’Unione Europea, un soggetto formato da Stati “che cedono parte della loro sovranità per poi riprendersela”. Una faglia che si sta muovendo in queste settimane è quella del gruppo di Visegrad, unito nell’antieuropeismo, disunito quando si parla di Ucraina. “Per i polacchi la Russia è il nemico numero uno – ha detto Fabbri -, mentre gli ungheresi lo temono molto meno: tra Ungheria e Russia, in fondo, ci sono i Carpazi. E poi a Orban piace giocare a fare il piccolo Putin. Ecco perché l’Ungheria si mette di traverso rispetto alle sanzioni: dipende dal gas e dal petrolio russo e considera l’Ucraina un ‘incidente’ della storia”. Dal canto suo, la Russia si muove come un aggregato di persone – quale è uno Stato – e quindi in base a una determinata psicologia che da sempre la caratterizza: la paura di essere accerchiata la fa da padrone, anche quando è irrazionale, come in questo caso. “Gli ucraini – ha concluso Fabbri – non possono fare altro che tentare di resistere, mentre la Russia cerca di sfondare il fronte del Donbass. Tutto si deciderà sul campo”.

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mercoledì 17 Aprile 2024