TFF2025: Omaggio a Flavio Faganello

A vent’anni dalla morte del fotografo e giornalista Flavio Faganello (Terzolas, TN 1933 – Trento 2005), il Trento Film Festival lo onora con la mostra curata da Katia Malatesta e Marlene Huber, Fotografie in cammino – visitabile al Museo Diocesano fino all’8 settembre -, e con l’evento La montagna parla con ritratti di donna, nell’ultima giornata di festival.

“Sono molto emozionata e commossa di aver potuto raccontare un grande amico coinvolgendo in questo progetto tre coppie madre e figlia”, commenta Chiara Turrini, che insieme alla figlia Stefania Scartezzini è stata voce recitante dello spettacolo / omaggio, nel quale alle immagini del fotografo sono stati abbinati testi originali e musiche arrangiate e suonate da Lorenza Anderle (pianoforte) insieme alla figlia Veronica Beber (violoncello).

L’ultima coppia è quella formata dalla vedova di Faganello e dalla loro figlia, presenti in sala: “Vorrei ringraziare Chiara per aver creduto in questo tributo fin dal principio. Il sentimento con cui sono stati recitati i testi e l’armonia con cui sono stati suonati gli strumenti hanno dato un contributo alle donne raffigurate in fotografia, animandole al punto che sembrava che i volti sorridessero e che i muscoli si contraessero per la fatica: è stato bellissimo e toccante”.

Se l’evento ha infatti sottolineato la capacità del fotoreporter di essere tra i primi ad immortalare la vita femminile in montagna, la mostra mette in luce i diversi aspetti della sua visione autoriale connessa alla pratica del camminare in più di cento scatti, che documentano le trasformazioni ambientali ed antropologiche della regione negli anni del boom economico e dell’espansione turistica.

“L’ho sempre ritenuto uno dei dieci migliori fotografi nazionali di quel periodo”, racconta il collega Gianni Zotta. Nel 1966 Faganello vinse infatti la medaglia d’oro per il reportage sull’alluvione dell’Avisio ad Ischiazzo in Valfloriana. “Con il meraviglioso servizio sulla processione è riuscito a cogliere l’umanità, la vita di allora ricca di fede, in cui il crocefisso diventa simbolo della morte dello stesso paese abbandonato. La sua forza nasceva dal fatto di essere vicino alle persone, non più povere, ma più umane, solidali, capaci di sostenersi l’una con l’altra.”

Il mondo contadino diventa così fulcro della sua lente, concentrata soprattutto sulla Valle dei Mocheni. “Capì che dopo gli anni ’60 il motore stava per sostituire gli animali nel lavoro dei campi: era solito dire che il cambiamento era nelle valli, non sui picchi delle montagne”.

La curiosità lo spinse poi ad accompagnare Aldo Gorfer nell’esplorazione dei masi altoatesini, immortalati per sempre in volumi come Solo il vento bussa alla porta del 1970 e Gli eredi della solitudine del 1973. “È stato il primo a legare il nome di un fotografo alla copertina di una pubblicazione a fianco a quello dell’autore: fino a quel momento era una cosa impensabile. Ebbe l’intuizione di convivere con la crema del giornalismo del tempo”.

Zotta conclude quindi con un “ricordo della filosofia del grande personaggio del fotografo di allora: a Marcina di Rumo restammo su un muretto per due ore ad aspettare che il sole uscisse da dietro le nuvole. Questo era Flavio Faganello”.

Attualità
Lascia un commento

I commenti sono moderati. Vi chiediamo cortesemente di non postare link pubblicitari e di non fare alcun tipo di spam.

Invia commento

Twitter:

martedì 24 Giugno 2025