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Quiet Quitting giovanile: che cos’è e perché è importante parlarne?

Abbandono silenzioso è il significato del termine inglese che ha iniziato ad identificare un comportamento sempre più diffuso nei giovani, studenti e lavoratori, e anche tra i meno giovani. Cosa significa? Fare quel poco che basta, scegliere il minimo indispensabile, rifiutare responsabilità ed impegni.

Dopo due anni di pandemia il Quiet Quitting ha iniziato ad espandersi in maniera sempre più concreta e palese. Gli esperti affermano che le persone cercano la loro realizzazione altrove e hanno smesso di legare il sacrificio estremo delle loro vite alla via per il successo. Questo vale sia per gli studenti, dove il fenomeno si accompagna ad una scarsa motivazione nel raggiungere i propri obiettivi nel futuro così incerto, sia per i lavoratori di ogni fascia d’età. Il covid ha costretto molte persone a rivalutare le proprie priorità, facendo capire loro che il tempo per sé stessi e per le persone che amano non ha prezzo.

Anche il Corriere della Sera scrive: “La spiegazione migliore è di Zaid Khan, ingegnere 24enne di New York, in un video di pochi secondi condiviso milioni di volte: «Se aderisci a questa tendenza non lasci davvero il lavoro: semplicemente abbandoni l’idea di dover andare sempre al di là dei tuoi limiti, di dover sempre dare di più. Quindi continui a svolgere i tuoi compiti ma smetti di aderire alla hustle culture»: quella cultura che negli ultimi quindici anni, dagli Usa alla Corea del Sud, ha trasformato il sacrificio estremo sul lavoro nella via principale per il successo e la realizzazione personale.”

I dati ISTAT parlano chiaro: otto milioni di italiani hanno lasciato il lavoro dopo la pandemia. Il Quiet Quitting sembrerebbe la fase due dopo le Grandi Dimissioni: non lasciare, ma mettere dei paletti, evitando straordinari e inutili investimenti emotivi.

Quanto contano le relazioni lavorative per evitare che accada il Quiet Quitting? A quanto pare moltissimo. Sempre Il Corriere: “Finora il “contratto psicologico” di lavoro era di tipo transazionale: ti pago e non ti devo altro. Oggi non basta più: serve un contratto di lavoro relazionale. Se si creano le condizioni perché le persone si sentano sé stesse, si possono raggiungere risultati straordinari”.

L’intesa del lavoratore con i rispettivi manager appare fondamentale.

È emerso, infatti, che l’interazione con un datore di lavoro aperto, flessibile e soprattutto teso ad ascoltare le diverse esigenze dei vari lavoratori porta ad un comportamento più comprensivo da parte di quest’ultimi.  Non bisogna inoltre sottovalutare l’importanza di un equilibrato e sereno rapporto tra colleghi.

Per capire inoltre quanto il fenomeno sia importante, basti ricordare che tra chi pensa di cambiare lavoro, i soldi non sono il primo motivo: l’evoluzione del mercato del lavoro impone dunque sempre più attenzione all’aspetto umano e non solo economico.

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martedì 31 Gennaio 2023