Questione di (S)fiducia

L’esposizione quotidiana all’eccesso di annunci senza seguito, anche da parte delle massime cariche governative dissemina sempre più un virus, non “coronato” e letale come quello che sta devastando il mondo, ma altrettanto contagioso. È il virus della sfiducia, che toglie credibilità alle Pubbliche Istituzioni e futuro al Paese. Ci si rende conto che in una fase critica e imprevedibile come quella che stiamo vivendo, dare certezze ai cittadini e alle aziende è un’impresa ardua. Ma proprio per questo non ha senso sbandierare un giorno sì e un giorno anche impegni categorici, accordi già stipulati: sapendo che le soluzioni sono irte di ostacoli e mai esenti da sacrifici; sapendo che gli impegni, per essere mantenuti, hanno bisogno dell’oste con cui fare i conti, che una volta ha il cappello delle banche e un’altra quello della burocrazia; sapendo che gli accordi, in particolare con l’Europa, non sono né unidirezionali, perché il sì di tutti non è mai scontato, perché subordinati al rispetto di procedure e tempi.

Così il virus della sfiducia trova nei rinvii, nelle pelli dell’orso vendute al primo avvistamento, l’humus ideale per diffondersi a macchia d’olio e le condizioni migliori per minare la credibilità dello Stato, la pazienza dei cittadini, la reattività delle imprese. E la sfiducia genera rabbia o rassegnazione, due dimensioni ugualmente dannose e cariche di insidie. Nel primo caso, la rabbia decostruisce la convivenza. Le attese mancate creano frustrazione, stato d’animo negativo che allenta condizioni essenziali per la civica convivenza come la capacità di comprendere e valutare non solo gli interessi propri ma anche quelli più generali. Così la rabbia diventa la cifra malefica che avvelena non solo le piazze, ma anche la politica e le sedi che per la loro stessa natura sono preposte alla composizione delle idee e degli interessi: dai luoghi di confronto ai soggetti collettivi. Nel secondo caso, la rassegnazione alimenta l’incapacità di reagire, persino le tentazioni assistenzialistiche. Avere la percezione che qualunque cosa si faccia il risultato non cambia e che le promesse pubbliche sono solo parole al vento, induce al pessimismo, alla convinzione che il futuro sia povero di opportunità. È evidente che con un tale stato d’animo non è facile creare nuove prospettive. Con l’aggravante che la rassegnazione è un’ottima scusa per chi alla fatica del lavoro e dell’intrapresa preferisce il sussidio, l’appoggio incondizionato dell’Ente pubblico, in definitiva l’assistenzialismo.

Quindi che fare? Come evitare la doppia trappola della rabbia e della rassegnazione? Per rendere facile un’impresa titanica, come è la ripresa dopo un disastro epocale come questo, non ci sono scorciatoie o soluzioni miracolistiche. Ma non si può neppure, rassegnati, ritenere che le cose siano immutabili. Se guardiamo lo scenario nazionale è arduo essere ottimisti: il debito pubblico è esorbitante, la politica è scomposta e frammentata, la credibilità internazionale è sotto i tacchi. A livello locale, grazie alle possibilità offerte dalla nostra Speciale Autonomia, uno spazio operativo in più può essere aperto, e non è uno spazio da poco. Sta a noi saperne fare il migliore uso, sia per rendere più credibile e  produttivo il nostro ampio e articolato sistema di autogoverno, sia per coinvolgere di più e meglio il mondo privato, dove cittadini, imprese e corpi sociali devono sentirsi pienamente partecipi e impegnati nell’affrontare il presente e nel costruire il futuro.

E questo non solo per dare credito all’antico adagio “aiutati che dio ti aiuta”, ma anche per non ritenere, in una comunità autonoma forte e accreditata com’è la nostra, sensato appaltare allo Stato o all’Europa i nostri destini.

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lunedì 30 Novembre 2020