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Living Memory 2024 – Edith Bruck: il dono della testimonianza

In Perché inverno è altro ancora l’attore regista Marco Alotto accompagnato dal violoncello di Nicola Segatta fa rivivere alcuni brani tratti dagli scritti di Primo Levi. Si apre così, con un reading teatrale organizzato da Terra del fuoco Trentino nell’ambito del Living Memory 2024, l’incontro sulla scrittrice ungherese Edith Bruck, deportata ad Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen quando era poco più che una bambina.

Dopo aver perso la mamma, il papà e uno dei suoi sei fratelli, al termine della guerra, Bruck fa ritorno in Ungheria, ma trova diffidenza e discriminazione ad attenderla (“Siamo stati gli avanzi dei Lager che nessuno voleva ascoltare”). Si sposta quindi alla ricerca di un posto dove sentirsi accolta e, dopo un viaggio in Israele, si stabilisce infine in Italia, dove vive tuttora. Assente per motivi di salute, la sua testimonianza rivive comunque attraverso le sue parole scritte e rilasciate nelle scorse edizioni del Festival della Memoria, con il contributo della storica e scrittrice Michela Ponzani, presente in Sala Filarmonica a Trento.

Responsabilità. Nel libro Il pane perduto Bruck racconta il momento della deportazione, quando soldati ungheresi collaborazionisti dei Nazisti, entrarono nella sua casa mentre la madre impastava la farina per il pane. Il padre di Edith, eroe di guerra pluridecorato, venne umiliato e schiaffeggiato davanti alla sua famiglia.

Umanità che sopprime il futuro. Il viaggio verso Auschwitz senza cibo né acqua rappresenta il primo passo nella selezione dei più forti. Arrivate al campo Edith e sua madre vengono smistate a sinistra, verso i forni crematori – ai quali venivano indirizzati tutti coloro che avevano più di 46 anni e meno di 16 – ma un soldato tedesco la “salva” picchiandola e mandandola verso destra ai lavori forzati dove trova la sorella e l’inferno.

Disumanizzazione. In tre mesi a Birkenau Bruck assiste alla morte in molteplici forme – compreso il suicidio sulla rete elettrificata – e alla fame cieca che toglie il minimo sentimento umano, ma anche alla disumanizzazione degli stessi aguzzini nell’episodio della disinfezione, in cui ragazzini nazisti sputano loro nelle parti intime. “Non mi vergognai di essere nuda ma provai pena per loro. La vergogna arrivò al momento della liberazione di fronte agli Alleati”. Sfugge per puro caso alle sperimentazioni scientifiche su cavie umane non consenzienti. Le donne perdono i capelli, il seno, le mestruazioni: la femminilità.

Le luci. La prima alla domanda: “Wie heisst du?” che le restituisce l’identità: un nome, anziché un numero. La seconda in una gavetta ancora in parte piena di marmellata che le viene lanciata addosso da un soldato semplice. La terza nel dono di un guanto bucato. La quarta dopo la marcia della morte, all’arrivo nel campo maschile di Bergen-Belsen, dove viene loro ordinato di ripulire il terreno disseminato di cadaveri in cambio di una doppia razione di zuppa e dove alcuni, nell’esalare l’ultimo respiro, le chiesero di sopravvivere e raccontare anche per loro. La quinta nel Tedesco che prima la picchia e, dopo l’intervento di ribellione della sorella, decide di risparmiare loro la vita riconoscendone implicitamente il coraggio.

E ora che la stagione della testimonianza diretta si sta avviando alla fine, secondo Ponzani “sarà responsabilità degli storici coltivare la memoria, non in modo retorico, ma con la capacità di leggere criticamente le testimonianze di chi non ci sarà più”.

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mercoledì 21 Febbraio 2024