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Living Memory 2023: perchè la Shoah è un unicum nella storia?

“La memoria è vita, sempre invariabilmente riferita a gruppi viventi e, a questo titolo, è in evoluzione permanente, aperta alla dialettica del ricordo e all’amnesia, inconsapevole delle deformazioni che subisce, vulnerabile a tutte le utilizzazioni e manipolazioni, suscettibile di lunghe latenze e di improvvisi risvegli. La storia invece è la ricostruzione sempre problematica e incompleta di ciò che è stato”. Con questa citazione di Pierre Nora si apre la lezione sulla Shoah di Tommaso Baldo della Fondazione Museo Storico del Trentino.

La memoria è pertanto frutto di punti di vista e interpretazioni personali di qualcosa che si è vissuto. La storia, al contrario, si basa su un metodo critico di ricerca di dati, fonti e testimonianze.

Il termine genocidio – da vocabolario Treccani, la sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, una razza o una comunità religiosa – è invece stato coniato in seguito allo sterminio degli Armeni, ma assumerà una connotazione giuridica solo dopo il processo di Norimberga.

“Dopo il 1945 la memoria della Shoah era ancora troppo recente perché si potesse comprendere l’unicità di quanto era accaduto”, prosegue Baldo. Tutti i Paesi europei avevano subito ingenti perdite e vi era il mito dell’eroe, del martire della patria, morto per opporsi al regime nazista e ai suoi alleati. Non ci si rendeva conto di ciò che era avvenuto agli Ebrei, che venivano assimilati a tutti gli altri caduti in guerra.

All’interno di questo clima nel 1946 Primo Levi propone Se questo è un uomo alla casa editrice Einaudi e viene rifiutato sia da Natalia Ginzburg – vedova ebrea il cui marito era morto in un Lager nazista – sia da Cesare Pavese perché vi erano già troppi libri che affrontavano lo stesso tema e non si sarebbe venduto. Tutti coloro che avevano appena vissuto la guerra volevano guardare avanti e non indietro.

Si deve attendere il 1955 e la nascita di una nuova generazione curiosa di capire cosa fosse avvenuto davvero perché il clima cambi. Il Comune di Carpi – dove sorgeva il lager di Fossoli, luogo di partenza del romanzo di Levi – organizza la prima mostra sulla deportazione e i campi di concentramento nazisti: per la prima volta si separano i caduti in guerra dai morti nelle camere a gas. La mostra diviene itinerante e le persone iniziano a riconoscere amici e conoscenti dispersi nelle fotografie esposte.

Nel 1958 il libro di Levi viene pubblicato da Einaudi e diventa un classico della letteratura italiana e mondiale: la memoria della Shoah inizia alla fine degli anni ’50. Lo Stato di Israele – appena formatosi con il supporto di USA e URSS e soprattutto con l’appoggio militare sovietico – non vuole ricordare le vittime quanto piuttosto gli atti eroici come la resistenza al ghetto di Varsavia. Nel 1961 con il processo ad Eichmann e ancor di più nel 1963 con la pubblicazione de La banalità del male di H. Arendt, il dibattito sulla Shoah si riaccende. Negli anni ’70 si inizia a pensare anche agli altri genocidi e a paragonare i Gulag staliniani ai Lager nazisti.

Nel 1976 con la riedizione di Se questo è un uomo Levi risponde: “È bensì vero che nei Gulag la mortalità era paurosamente alta, ma era per così dire un sottoprodotto, tollerato con cinica indifferenza: lo scopo primario, barbarico quanto si vuole, aveva una sua razionalità, consisteva nella reinvenzione di un’economia schiavista destinata alla “edificazione socialista”. Neppure dalle pagine di Solzenicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka e a Chelmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma “buchi neri” destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei, in cui si scendeva dai treni per entrare nelle camere a gas, e da cui nessuno è uscito vivo”.

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mercoledì 21 Febbraio 2024