Una grande lezione di giustizia, intervista a Ilaria Cucchi e a Fabio Anselmo

Foto di Stefania Gadotti

Una figura esile ma decisa che da dodici anni non ha mai smesso di chiedere giustizia per suo fratello. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano e attivista per i diritti umani, è stata ospite della quarta serata dell’Agosto Degasperiano 2021 assieme all’avvocato e compagno Fabio Anselmo, che la affianca sin dall’inizio in una battaglia che si svolge nelle aule di tribunale ma che ha anche, come secondo terreno d’azione, “l’immaginario collettivo”, pieno di stereotipi e rassegnazione.

“Purtroppo lo Stato ci ha costretto a farci carico di un compito che sarebbe spettato a lui”, ha spiegato Ilaria Cucchi al Teatro di Pergine, dove, lunedì 9 agosto, si è tenuta la conferenza. “Dodici anni fa ero una donna realizzata: avevo un lavoro e una famiglia che amavo, e un fratello che era finalmente tornato a casa dopo aver vissuto quella cosa maledetta che si chiama droga”.

Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre del 2009 mentre era in stato di arresto per la detenzione di stupefacenti. “È morto di botte e di carcere, ma anche di indifferenza e di pregiudizio”, ha spiegato la sorella, che ha aggiunto come sia stato importante, per imboccare la lunga strada della giustizia, ricorrere a una storia: quella di Federico Aldrovandi, un giovane studente ferrarese ucciso da quattro poliziotti. Quella vicenda l’ha portata infatti nello studio dell’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia di Federico. “Dodici anni, quattordici gradi di giudizio, centoquaranta udienze. Il fascicolo del caso Cucchi farebbe fatica a stare su questo palco”, ha affermato Anselmo. “Dico sempre che Stefano è morto in un’aula di tribunale”.

In un libro-diario, “Il coraggio e l’amore” (2019, Mondadori), Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo raccontano la battaglia per arrivare alla verità, in parte sancita da una sentenza arrivata nel 2019, dieci anni dopo l’uccisione di Stefano. C’è ancora un processo aperto contro la scala gerarchica (Processo Alessandro Casarsa ed altri), che si chiuderà a settembre e che viene trasmesso su Radio Radicale.

Come si può procedere sui “sentieri incerti” della giustizia?

Ilaria Cucchi: Si procede se sai di essere dalla parte della verità, ma soprattutto se hai la possibilità e la capacità di andare avanti a testa alta. Io e Fabio ci troviamo a sfidare le istituzioni, ma lo facciamo nel rispetto di quelle stesse istituzioni che stiamo sfidando.

Fabio Anselmo: Sentieri incerti è una metafora, ma forse anche un eufemismo. Il sentiero che abbiamo affrontato e affrontiamo non ci consente di alzare la testa e guardare l’orizzonte, l’arrivo: ci permette soltanto di cercare di fare un passo dopo l’altro senza inciampare o cadere. Quando abbiamo iniziato, non ci saremmo mai immaginati il punto in cui saremmo potuti arrivare. E allora si tratta soltanto di procedere un passo alla volta, cercando di evitare di guardare in alto, perché ciò che vedi ti spaventa e ti scoraggia, e quindi ti spinge ad abbandonare quel cammino. Arrivare alla meta non è stato facile. L’abbiamo sognato e sperato, ma credo che in qualche momento la nostra battaglia sia stata – e sia tuttora – molto molto dura.

Cosa possiamo fare come cittadini per mantenere alta l’attenzione su queste vicende e sui temi della giustizia e dei diritti?

Fabio Anselmo: Osservare.

Ilaria Cucchi: Indignarsi.

In che modo?

Fabio Anselmo: Ci si indigna osservando, informandosi e seguendo queste vicende. Basta usare la testa e non dare seguito alla rabbia, perché purtroppo una certa propaganda ha facile presa. La pandemia certamente non ha aiutato, anzi, ha esasperato la frustrazione, la rabbia e le difficoltà della gente, che poi si trincera nell’odio verso il prossimo. Il meccanismo è questo, ed è pericolosissimo: provoca isolamento, rende vulnerabili e fa sì che chi subisce dei torti abbia difficoltà a ottenere giustizia. Di questo lo Stato si avvale, perché lo Stato italiano, purtroppo, non processa volentieri se stesso. Neanche un po’.

Quali sono i casi, oltre a quello Cucchi, sui quali dovremmo mantenere alta l’attenzione?

Fabio Anselmo: Ce ne sono diversi. Santa Maria Capua Vetere e il problema delle carceri, per fare solo un esempio. Dovremmo anche cercare – ma non è facile – di non ascoltare le sirene di una comunicazione semplicistica e spesso in malafede che propina determinate riforme evocandone esiti o scopi che rimangono invece assolutamente lontani e diventano molto molto difficili da perseguire. Si tratta di una giustizia che rischia di allontanarsi dai problemi delle persone normali e di diventare sempre più appannaggio di pochi privilegiati.

La giustizia, come avete sottolineato, è fatta dalle persone, nel bene e nel male. Quali sono quelle che ricordate con più piacere?

Ilaria Cucchi: Giuseppe Pignatone, Giovanni Musarò ed Enrico Zucca.

Fabio Anselmo: Tutte quelle persone che sanno fare il loro mestiere e che hanno voglia di farlo. Avere dei magistrati che sintetizzino in sé queste due qualità, assieme ad onestà e determinazione, non è così usuale come dovrebbe essere. Non è la normalità.

Ilaria Cucchi: Purtroppo.

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martedì 7 Dicembre 2021