Il silenzio ci fa paura?

Il silenzio è un valore avvertito in tutta la sua importanza, soprattutto quando si è immersi nel rumore. E di rumore nella società di oggi ne abbiamo davvero molto. In parte perché la civiltà moderna ne è una produttrice strutturale: pensiamo alle autovetture, alle macchine industriali, ai sistemi di condizionamento, agli elettrodomestici e a quant’altro è generato dal mercato e dalle sue esigenze. Ma una fonte non meno devastante è causata dai comportamenti sociali, sempre meno attenti a tutelare il ruolo vitale delle pause dal frastuono, del “sound of silence”, come recita una nota canzone di Simon & Garfunkel. Così, accanto al vociare scomposto che sempre più si avverte per strada, agli strilli dei bambini viziati, alle intemperanze dei vicini che litigano, agli schiamazzi notturni, si aggiungono i rumori che derivano da quella sorta di paura del silenzio che porta in casa a vivere in simbiosi con la televisione accesa, i giovani a vivere perennemente in cuffia, gli esercenti a riempire i locali pubblici di radio che trasmettono, a volte perfino fuori onda, programmi di musica così martellante da far sentire quasi riposanti gli stacchi pubblicitari. Non sorprende quindi che il problema del rumore risulti, nella zona in cui si abita, tra quelli sentiti maggiormente, ancor più degli odori sgradevoli.

Contro i suoni fastidiosi della modernità, la battaglia è ardua: gli artigli del mercato, e delle sue logiche, sono talmente affilati da rendere inoffensivi, o quasi, anche gli sforzi più nobili. Tuttavia, sul piano soggettivo, quello dei comportamenti individuali, qualcosa in più si potrebbe fare. Ad esempio, se decidessimo di spegnere la televisione in faccia agli urlatori compulsivi e a chi li istiga sarebbe un segnale certamente virtuoso, anche per i maghi dell’audience. Come sarebbe virtuoso offrire agli automobilisti che non sanno se farsi gratificare più da una ruggente sgasata o dall’attaccamento ossessivo al clacson una di quelle “settimane di silenzio” tanto utili per la psiche e per le orecchie. Rovesciando l’ottica, sensata sarebbe una maggiore tolleranza per una nota in più di allegria nell’appartamento sotto casa o per il protrarsi di uno spettacolo all’aperto. Una maggiore “accoglienza”, capace di conferire al rumore il fiato fresco di quella “libertà garbata” che a volte è censurata più dall’intransigenza, che dal reale fastidio.

La società moderna ci ha abituati a vivere “immersi” nel rumore e, forse, siamo arrivati al punto di avere paura del silenzio. In contraddizione a ciò ci dimostriamo spesso intolleranti nei confronti del protrarsi di eventi musicali o verso gli inevitabili rumori dovuti a festeggiamenti o a momenti di allegria. È possibile apprezzare il silenzio e, al contempo, essere più tolleranti nei confronti dei “buoni rumori”?

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domenica 29 Novembre 2020