I-Demia

Non ho mai avuto un gran rapporto con la mattina. Col tempo, ho preso l’abitudine di rimanere rannicchiato nel letto dopo il suono della sveglia, cercando le energie per affrontare la giornata. Telefono in mano, guardo le storie su Instagram dei miei amici, rispondo ai primi messaggi, controllo se qualcuno mi ha inviato delle mail.

Stando alle statistiche, sono in buona compagnia: per il 70% dei giovani controllare lo smartphone è la prima azione della giornata. Per il 63% è anche l’ultima, con dimostrati effetti deleteri sul ciclo sonno-veglia: la luce emessa dallo schermo “inganna” il cervello, facendogli credere sia ancora giorno e inibendo la produzione di melatonina.

Secondo gli stessi dati, metà del tempo speso con gli smartphone è dedicato al controllo dei social, in una spirale di curiosità e invidia dell’esistenza altrui che cresce clic dopo clic e che, secondo una ricerca britannica, sarebbe connessa a un’esplosione dei casi di depressione e fobia sociale tra gli adolescenti.

Del resto, ormai da qualche tempo, la comunità medica considera quella da smartphone una vera e propria dipendenza, assimilabile a quella da gioco d’azzardo. E’ stato osservato che, per quanto riguarda gli effetti psicologici, il design di smartphone e social media ricalca da vicino quello delle slot machine, disegnate per generare comportamenti compulsivi alla ricerca di una soddisfazione che, pur sembrando sempre a portata di mano, non arriva mai.

Negli ultimi anni, anche in Italia, sono nate iniziative per il contrasto della dipendenza digitale, che tentano di far sviluppare ai giovani (e ai meno giovani) un rapporto più sano con la tecnologia, combinando terapia di gruppo e disconnessione forzata.

Anche in Trentino si muove qualcosa: da qualche anno alcune associazioni organizzano il Mountain Social Media Detox, un campo estivo sul monte Bondone in cui un gruppo di giovani (l’anno scorso una cinquantina) trascorre qualche giorno senza strumenti digitali, per tornare ad apprezzare il contatto con la natura e i rapporti interpersonali senza il filtro di uno schermo.

Salvo sorprese dell’ultima ora, però, il coronavirus, per quest’anno, ha mandato in fumo il progetto. Inoltre, dai primi dati che emergono, l’entrata a gamba tesa della pandemia nelle nostre vite sembra aver avuto effetti preoccupanti sulla dipendenza digitale di molti di noi.

L’isolamento ha reso messaggi e videochiamate più necessari di prima e sfumato il confine tra tempo di lavoro e di riposo. Il risultato è stato un ulteriore aumento dell’uso compulsivo della tecnologia, specialmente tra i più giovani: diversi esperti di salute mentale hanno già lanciato l’allarme riguardo ad adolescenti che hanno trascorso davanti allo schermo ogni secondo del loro lockdown. Non è detto che ora riescano a smettere di farlo.

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martedì 14 Luglio 2020