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Edmund Phelps: l’innovazione che viene dal basso, non calata dall’alto

Il termine innovazione è inflazionato ovunque. Se compriamo un prodotto, la sua caratteristica che ci attrae è il fatto che sia di ultima generazione, con nuove tecnologie, capace di stupire per il brevissimo lasso di tempo che passa tra la definizione di nuovo e quella di vecchio. Un lampo.

Ad oggi, infatti, siamo sommersi di innovazione a tal punto che niente e nessuno può attribuirsi questo termine per un lungo lasso di tempo.

Si direbbe che persino il classico guanto da forno non possa più stare sul mercato, senza innovazione.

Eppure, nella storia, esistono delle orme collegate ai lampi dell’innovazione, delle tracce ripercorribili che il premio Nobel per l’economia nel 2006 Edmund Phelps ha illustrato durante il suo Keynote Speech al Festival dell’Economia di Trento, il 2 giugno.

Una delle prime volte in cui sentiamo il termine innovazione in maniera importante è nel XX secolo, con Arthur Spiethof, un economista tedesco che, insieme ad un suo collega, scrisse riguardo al progresso innovativo che si stava prepotentemente sviluppando in Germania, Francia e Gran Bretagna. Ci si rese conto che non bastavano le scoperte, ma bisognava avere la possibilità di attuare i progetti.

L’attuazione richiedeva perciò un imprenditore che fosse in grado di prendere il progetto in mano, con del capitale a disposizione ed il personale necessario. Schumpeter in particolare dedicò il suo lavoro a queste teorie e fu molto apprezzato dagli economisti neo classici.

Il punto è, secondo Edmund Phelp, che si possono ottenere delle scoperte, lavorando anche all’interno delle aziende, all’interno della società. La scienza, quindi, fornirebbe il potenziale, l’imprenditore il capitale, ma la fonte delle nuove idee risiede nell’economia interna del paese, nell’humus nel quale in quel momento si trovano a vivere le persone.

Il fenomeno di innovazione rapida e diffusa in una nazione emerge infatti dopo gli anni Cinquanta dell’Ottocento, dove le nuove città prendono vita, nascono e si sviluppano in un decollo economico incredibile che non si sarebbe più vissuto. Perché? Dipende dal carattere delle persone, dalla natura delle persone emersa nel XIX secolo. Le persone compresero profondamente di saper creare nuovi prodotti o di poter sviluppare il proprio lavoro in direzioni nuove.

Ci fu una diffusione straordinaria della creatività personale, insieme ai valori moderni, come l’individualismo e la vitalità (o vitalismo). Per individualismo non si intende l’egoismo, bensì la capacità di credere, perseguire e celebrare i propri successi e le proprie iniziative, dando espressione al proprio sé nel senso più completo (vitalismo).

Ed è così che l’economia moderna si può definire, secondo il premio Nobel, come uno spazio immaginario enorme, per l’espansione di nuovi prodotti.

Phelps conclude dicendo che quello che stiamo vivendo oggi in realtà è un momento di perdita dell’innovazione, dovuta probabilmente alla necessità di un’economia migliore, dove vi sia lo spazio per la propria soddisfazione personale e lavorativa. C’è la necessità, a livello individuale e della società, di sapere che si sta camminando verso un futuro prospero, per permettere il dinamismo che genera l’innovazione.

Dinamismo che non è velocità.

C’è bisogno di una nuova visione che dia all’economia il ruolo di poter garantire al mondo delle aspettative di vita positive, affinché l’innovazione non sia solo un vocabolo per commercializzare dei prodotti superflui, ma torni alle sue origini, una fucina di idee da cui dipende il futuro del mondo.

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