Contro la mafia, le storie di ieri e di oggi: l’impegno di Asia Rubbo

Duecento storie di vite spezzate dalla mafia. Sono racconti di un impegno politico, sindacale e giornalistico che si è scontrato con gli interessi delle cosche, ma anche le vicende di persone assolutamente “normali” che si sono trovate al momento sbagliato nel posto sbagliato. Le loro storie sono state raccolte nel libro “Morire di mafia” (Sperling & Kupfer, 2020) grazie ai volontari dell’associazione Cosa Vostra. Il lavoro, coordinato da Francesco Trotta e Alessia Pacini, ha coinvolto un gruppo di giovani con meno di trent’anni. Tra loro c’è Asia Rubbo, 26 anni, originaria di Bolzano, che vive e lavora a Padova, dove si è laureata in Sociologia.

«Il mio primo incontro con il mondo dell’antimafia – racconta Asia – è avvenuto nel 2014. Finite le superiori, mi sono presa un anno sabbatico e ho iniziato a fare volontariato alla Bottega del Mondo di Bolzano. Lì mi sono imbattuta nei vini prodotti nelle terre confiscate alla mafia». Un mondo quasi sconosciuto, prima d’allora. «Ho deciso che, da quel momento, avrei cercato di capirci qualcosa», aggiunge Asia. Nel 2015, quindi, partecipa al suo primo campo della legalità con Arci di Trento e di Bolzano a Pentedattilo, in provincia di Reggio Calabria. «Ho conosciuto un sacco di persone che si oppongono giorno dopo giorno alle logiche mafiose – racconta -. Lo fanno coltivando i campi e gestendo centri diurni che si trovano in beni confiscati. Il fatto che queste persone conoscano per filo e per segno la rete criminale del loro paese mi ha sconvolto. Ma la criminalità in certi contesti è talmente tanto radicata che non si può far altro che cercare di conviverci e fare di tutto per essere diversi».

Da quel momento, Asia ha deciso che si sarebbe impegnata perché questa situazione fosse conosciuta. Quello a Pentedattilo è stato solo il primo di tanti campi della legalità a cui ha partecipato: è stata in Sicilia e in Campania ma anche in Veneto, a Campolongo, il paese di Felice Maniero, ex boss della Mala del Brenta.

«Mi interessa studiare, più che la rete criminale, l’aspetto culturale – spiega Asia -. La mafia, infatti, abitua le persone a non avere diritti. Ho intervistato una ragazza calabrese che ha perso il fratello nel 2004, e quello che mi ha detto mi ha fatto riflettere. Sono abituata ad avere accesso ai servizi; anche quando non sono perfetti, c’è comunque una rete istituzionale sulla quale posso contare. “Io queste cose non le ho mai avute”, mi ha raccontato questa ragazza, “perché non mi hanno abituato a essere libera”».

Asia ha dedicato due tesi a quest’argomento. In triennale ha deciso di analizzare il caso di Corleone, dove ha condotto delle interviste sul campo. Per la tesi magistrale, invece, si è soffermata sulla difficoltà di riconoscere il fenomeno mafioso, prendendo in esame il caso di Campolongo e la casa confiscata di Felice Maniero. «Quando una persona è nata e cresciuta nella tua comunità è molto difficile denunciarla – spiega -. In fondo è quello che dice Peppino Impastato quando conta i cento passi che lo separano dalla casa del boss mafioso. Più una cosa è vicina a te, più diventa difficile condannarla».

Un incontro che, fra tutti, l’ha segnata? Quello con Simmaco Perillo, presidente della cooperativa Al di là dei sogni di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. La cooperativa si trova in un bene confiscato e dà lavoro a un gruppo di persone che vengono da situazioni di disagio. «Simmaco ripeteva sempre una frase – conclude Asia -. Diceva che le piantine, se cambi la terra, rinascono. Una pianta non muore da sola, muore se la terra non è nutrita. E tu devi darle un terreno fertile, che sia fatto di relazioni, di sostegno e di fiducia. Questa è la potenza dell’antimafia, che dà un’alternativa e una voce a chi non ce l’ha».

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martedì 22 Giugno 2021