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Stava, 37 anni fa il disastro che costò la vita a 268 persone

Il 19 luglio 1985 Fulvia aveva appena venti giorni. È l’ultima nata prima della tragedia che scosse profondamente la Val di Fiemme e che le portò via la zia materna, conosciuta solo attraverso i racconti di mamma Bruna. Giuseppe invece è il primo neonato venuto al mondo dopo il disastro, uno dei più gravi accaduti in Italia negli ultimi decenni. Si è affacciato alla vita in un momento estremamente scioccante, ma è stato il primo spiraglio di luce per una comunità lacerata dal dolore, intenta a raccogliere le forze per reagire e risollevarsi.

Solo pochi minuti, tanto è bastato perché quel 19 luglio Stava, piccola vallata turistica vicina a Tesero, venisse devastata e cambiata per sempre, e con essa anche i suoi abitanti. Un’enorme colata di circa 180 mila metri cubi di fango e acqua piombò ad una velocità di 90 Km/h sull’abitato, inghiottendo senza pietà tutto quello che trovò sul suo percorso: case, strade, alberi, ponti. E persone, tante persone. Di queste ne morirono 268, la più piccola aveva solamente cinque mesi.

Un disastro naturale, può capitare! Invece no, di naturale non ci fu proprio nulla. Perché quel fango assassino era lo scarto di lavorazione della vicina miniera di Prestavel, caduta in disuso dopo la strage. Dagli anni ’60 Trentino, Alto Adige e Lombardia se ne servirono per l’approvvigionamento della fluorite, minerale ampiamente utilizzato sia nell’industria metallurgica che chimica.

“Un altro Vajont” dissero i testimoni. In effetti le somiglianze sono molte, perché la colata di fango e acqua che spazzò via l’intero abitato fu la conseguenza di una gestione sciagurata e avida di profitti da parte delle varie società proprietarie succedutesi dagli anni ’40 fino al momento del disastro.  Dalle indagini effettuate venne stabilito che la causa scatenante fu il cedimento di uno dei due bacini di decantazione dei residui di lavorazione della fluorite, che crollando piombò in quello sottostante distruggendolo e facendo fuoriuscire come un proiettile il materiale stoccato. Dopo ulteriori analisi si rilevò che i due bacini di decantazione della miniera non vennero realizzati in modo adeguato per poter contenere in sicurezza tutto quel materiale fangoso: bacini troppo alti e dalla pendenza eccessiva, terreno non idoneo, pochi controlli tecnici e statici. Tanto che la Commissione ministeriale d’inchiesta ed i periti nominati dal Tribunale di Trento conclusero che “tutto l’impianto di decantazione costituiva una continua minaccia incombente sulla vallata”.

Una catastrofe da non dimenticare, un monito per le generazioni future. Per questo le famiglie delle vittime, nel 2002, con determinazione vollero istituire la “Fondazione Stava 1985”, con il relativo Centro Documentale (inaugurato l’anno successivo). Attraverso pannelli didattici, video ed oggetti di varia natura -molti dei quali provenienti dalla dismessa miniera – il Centro presenta allo spettatore, in modo volutamente oggettivo, la costruzione e lo sviluppo della miniera e della discarica. Si è inoltre prodigato per realizzare percorsi didattici itineranti per scuole e università, film-documentari, giornate di formazione attraverso la collaborazione con vari musei e istituzioni del Trentino-Alto Adige e cicli di seminari post-universitari, con lo scopo di promuovere la conoscenza dei bacini di decantazione e sollecitare la cultura della prevenzione delle condizioni di rischio associate all’inefficienza di strutture geotecniche.

Una “memoria attiva” come disse il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che per il ventennale del disastro spese queste parole: “La memoria è un dovere e deve concorrere a rafforzare l’impegno e la responsabilità comune di istituzioni e società civile per rendere sempre più efficaci le condizioni di tutela del territorio e di sicurezza delle popolazioni”.

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sabato 3 Dicembre 2022