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Rapporto uomo-cane: ancora tanti i luoghi comuni

Photo by Jamie Street on Unsplash

Rispetto al passato molto è cambiato nella concezione della relazione uomo-cane, così come nella visione di come debba essere al meglio impostato il rapporto tra le due specie nel rispetto delle reciproche caratteristiche e necessità. Sono ancora tanti, tuttavia, i retaggi del passato che continuano a circolare, rischiando di sfociare in adozioni non ben ponderate e in comportamenti che arrecano disagio e sofferenza sia al cane che al proprietario. Ne parliamo con Stefano Margheri, educatore e istruttore cinofilo di grande esperienza.

Stefano, quali sono gli stereotipi o le idee sbagliate in cui le persone possono incappare nel momento in cui decidono di prendere un cane?

«La prima a mio avviso è scambiare lo spazio con il tempo. Ancora oggi un’alta percentuale di persone crede nell’equazione “giardino=cane, no-giardino=no cane”. La presenza di un giardino è un valore aggiunto inestimabile sia per situazioni di emergenza che per situazioni di condivisione in certi momenti della giornata, ma nulla è peggio della solitudine, anche all’interno di una reggia. Questo è il primo punto fondamentale sul quale fare chiarezza: il cane ha bisogno di tempo ed attenzione del proprietario, non di spazio».

Quindi possiamo dire a chi pensa di prendere un cane per tenerlo solo in giardino vita natural durante che forse sta facendo un errore di valutazione?

«Con assoluta certezza. È un grande errore. Al netto di venire anche correttamente abituato a rimanere ogni tanto da solo senza soffrirne, il cane è un animale sociale e quindi ha bisogno di passare il tempo con la sua famiglia, non di trascorrere un infinito tempo da solo all’interno di una vasta prateria. Il cane sta meglio a vivere in un monolocale con il proprietario presente piuttosto che da solo all’aperto. Essere relegato costantemente all’esterno mentre la sua famiglia è in casa è una condanna alla sofferenza e alla frustrazione continue».

Ci sono altri di questi luoghi comuni?

«Quello dell’antropomorfizzazione del cane è un altro luogo comune molto diffuso. In pratica, non considero l’animale come appartenente alla sua specie ma come un umano. Ovviamente in questo modo nascono grossi problemi di interpretazione, nel senso che i comportamenti del cane sono interpretati come comportamenti umani e quindi si creano delle ipotesi sulle motivazioni dietro certi suoi comportamenti che non corrispondono minimamente alla realtà. Questo è legato a un altro luogo comune, quello dell’amore incondizionato, cioè la convinzione per cui se c’è grande disponibilità emozionale verso il cane tutto si potrà risolvere».

Ho l’impressione che talvolta questo amore incondizionato spinga a credere che il cane non potrà mai mostrare rabbia o fastidio per il proprietario o un altro membro della famiglia, magari un bimbo…

«Questo è in parte collegato ad una visione antropocentrica e in parte a una certa mitizzazione del cane. In realtà dobbiamo sempre ricordare che ci troviamo di fronte ad un essere vivente, senziente, con capacità emozionali e cognitive corrispondenti alla sua specie di appartenenza. In questo senso, possono verificarsi situazioni che anche il cane stesso non sarà in grado di vivere correttamente e di sopportare, attivando dei comprensibili comportamenti naturali di avvertimento o difesa che però dall’esterno vengono considerati assolutamente inadeguati. Uno di questi comportamenti può riguardare proprio risposte di tipo aggressivo nei confronti dei componenti della famiglia. Quando ciò accade è perché abbiamo fatto di tutto come proprietari, ovviamente involontariamente, affinché accadesse, sottoponendo il cane a stimoli, situazioni e contesti per lui ingestibili».

A cosa bisogna fare attenzione per evitare questa evenienza?

«La mia parola d’ordine è sempre prevenire e per prevenire bisogna avere le conoscenze per capire il cane. Avendo di fronte un animale, come animale è l’uomo seppur di un’altra specie, va sempre ricordato, per quanto lo amiamo, che in determinate situazioni può diventare imprevedibile. Lasciato ad esempio in balia di un bimbo piccolo, quasi alla stregua di giocattolo o un ennesimo peluche, il cane, se sottoposto a pressioni di estremo disagio, potrebbe attivare un morso di correzione, come farebbe con un cucciolo: ciò dal punto di vista etologico è un comportamento assolutamente normale, ma non lo può essere dal punto di vista sociale. Per questa ragione, i cani non vanno mai lasciati soli con i bambini piccoli, in nessuna circostanza. Purtroppo nel caso dell’uomo abbiamo normalmente tre gradi – primo grado, appello e cassazione, anche per i delitti più efferati –, mentre il cane invece non può permettersi di sbagliare. Quindi vedo proprietari che dalla gioia infinita verso il cane il giovedì, il venerdì non lo vogliono più per un episodio come questo, che viene visto come una ingiustificata e violenta aggressione verso il bambino. Il tutto può trasformarsi da uno splendido “Mulino Bianco” a un inferno di diffidenza, rabbia, rancore, fino a casi estremi che portano alla cessione del cane, all’abbandono o all’eutanasia».

Stefano Margheri, educatore ed istruttore cinofilo, nel suo centro “Dagli occhi di Mia” a San Rocco di Villazzano (Trento) offre corsi di educazione di base e avanzata, attività sportive e di rieducazione per i disturbi del comportamento. La sua passione per l’approfondimento scientifico e la sua esperienza trentennale sul campo ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro – neofiti o aspiranti professionisti del settore – che desiderano comprendere meglio il proprio cane e approfondire i segreti del suo affascinante rapporto interspecifico con l’uomo.

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