Quel venerdì di giugno

«Dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto/ per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto». È questa l’immagine che mi si palesa dinanzi quando penso alla parola “fiducia”: un affidarsi all’altro ad occhi chiusi, senza “se” e senza “ma”. E non a caso ho riportato le parole di Francesco Guccini che dedica “Culodritto” alla figlia.

Non a caso, perché la fiducia è per me possibile solo ed unicamente in rapporti fra genitore e figlio (e rare volte fra amici). Non so se questo mio scetticismo nei confronti del mondo tutto derivi da come sono stata cresciuta o dalle esperienze che ho fatto (certamente entrambi avranno esercitato su di me non poca influenza), so solo per certo che, mai e poi mai riuscirei ad uscire di casa senza aver prima fatto i canonici cinque o sei giri di chiave ed aver ricontrollato almeno una decina di volte che la porta sia ben chiusa. Sì, perché non si sa mai cosa possa accadere e se per strada non devo accettare le caramelle dagli sconosciuti, figuriamoci se posso permettermi di lasciare casa aperta, in balìa delle visite di chissà quali mentecatti.

Da piccola, al contrario di come sono ora, avevo una quasi naturale predisposizione alla fiducia nei confronti di tutto e tutti ed è forse per questo motivo che i miei genitori sentivano la necessità di ripetermi in continuazione che mai e poi mai mi sarei dovuta fidare di chi non conoscessi. La mia fiducia incondizionata nei confronti del mondo intero è durata circa fino ai miei vent’anni quando, un soleggiatissimo venerdì di giugno, venni derubata del mio portafoglio, girando fra le bancarelle del mercato della Montagnola di Bologna. In tale occasione, quanto mi rattristì davvero non fu perdere i soldi o i miei documenti, ma una foto di mia madre che custodivo come prezioso cimelio e che portavo sempre con me. Fu così che, quel soleggiatissimo venerdì di giugno, persi per sempre la mia fiducia nei confronti del prossimo. Mi chiesi: «Con che coraggio si può derubare una persona dei suoi preziosi ricordi?».

Anche se non posso affermarlo con assoluta certezza, sono quasi sicura che, la porta di casa, la chiudo bene proprio da allora. Ciò di cui però sono al cento per cento convinta è che da quel venerdì, ho iniziato a mettere le foto non più nel portafoglio ma nelle cornici e negli album che rimangono nella mia casa rigorosamente chiusa a chiave. Da quel venerdì bolognese, ho smesso anche di andare in giro con lo zaino, preferendo piuttosto la borsa (che tengo stretta al petto ovunque io vada!).

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martedì 11 Agosto 2020