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L’universo delle parole intraducibili – seconda puntata

In tempi recenti si sta diffondendo un crescente interesse per i cosiddetti termini intraducibili. Forse ciò avviene per il significato ammantato di mistero che essi portano con sé, facendo viaggiare con la mente; forse, invece, per il fascino intrinseco che le parole sempre suscitano.

Come nel primo episodio di parole intraducibili, non si può non partire dal tedesco che, con la sua grande capacità di prefissare e suffissare, crea parole che nascondono concetti molto ampi e poetici. La Zweisamkeit è letteralmente la “solitudine in due”: uno stato di esclusione idilliaco dal resto delle relazioni e del mondo che si condivide con una persona, in un rapporto sentimentale o in una grande amicizia. Avete presente, invece, quando la persona che vi sta proprio antipatica si macchia la camicia nel giorno di un importante incontro e voi provate una certa gioia maligna? Ecco, questa è Schadenfreude, il sentimento di piacere provocato dalla sfortuna altrui.

Dopo la Germania, spostiamoci un po’ più a nord, in Svezia, dove con Gokötta si dà un nome all’azione di svegliarsi all’alba per uscire ad ascoltare il primo canto degli uccelli. Sempre legata al rapporto con la natura è la parola merak che, in serbo, rimanda al senso di appartenenza e unione all’universo e al mondo che ci circonda, derivante dai piccoli piaceri dell’esistenza. Piaceri tra cui annovererei sicuramente il termine greco psithirisma, ossia il suono che fa il vento passando tra le foglie.

Dalla lingua persiana arriva una parola molto poetica, tiam, che indica lo scintillio negli occhi che si accende incontrando una persona sconosciuta per la prima volta. Il significato va al di là della connotazione amorosa, è una sorta di colpo di fulmine in senso lato che ci fa provare una sensazione estremamente positiva nel momento dell’incontro, ad esempio, con un bambino che gioca in un parco, oppure con una persona che legge in treno. Poesia anche dal termine arabo tarab, l’estasi che si prova ascoltando una musica che ci emoziona e trasporta altrove.

Un’emozione è anche il termine portoghese saudade: un’ampia nostalgia – legata al rimpianto o anche intesa come semplice malinconia – verso qualcosa o qualcuno che non si ha, che è distante da noi perché si è perduto oppure mai raggiunto. Se la persona amata, invece, abbiamo la fortuna di averla accanto, possiamo passarle le dita tra i capelli, provando la piacevole sensazione del (sempre in portoghese) cafuné.

Parlando di capelli, a chi non è mai capitato di uscire dal parrucchiere esteticamente peggiori di come si era entrati? In Giappone c’è una parola per descrivere questo sgradevole momento: Age-otori. Ma anche Wabi-sabi deriva dal giapponese, un vocabolo poetico che indica l’accettazione dell’imperfezione e della transitorietà delle cose. Dall’Oriente, in questo caso dalla Cina, ci arriva altresì il termine romantico (anche se dalla pronuncia può non sembrarlo) zhi zi zhi shou Yu zi xie lao, che significa tenersi per mano e invecchiare insieme.

Infine, una competenza che tutti vorremmo inserire nel CV ci arriva dalla lingua Indi: Jugaad è la capacità di risolvere velocemente un problema, di superare un ostacolo grazie a un’idea improvvisa e geniale derivata dalla propria creatività.

 

Approfondimenti, UnderWord
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