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Maledette principesse!

Ci hanno fatto credere che ambire a diventare principesse fosse uno dei più desiderabili e sensati propositi per la nostra infanzia, invece che spiegarci come accettare noi stessi. Quando pochi giorni fa, mentre mi trovavo al parco giochi con mio figlio, una mamma ha detto alla sua piccola: «Sei bella come una principessa» mi si è gelato il sangue, percependo tale affermazione come sbagliata e potenzialmente tossica. Mi sono poi ricordata della piccola Sara che amava imbellettare le sue gracili bamboline, desiderando d’essere un giorno bella come loro. Quella stessa bambina cresciuta con i cartoni Disney, che tanto sembravano rispecchiare la realtà ma soprattutto la verità. Forse non mi sbagliavo nel pensare che la nostra società non troppo s’allontana da alcuni messaggi che trapelano da quei film d’animazione, ma certamente ero in errore nel sostenere l’idea che quanto mi veniva trasmesso fosse giusto.

Le parole di quella madre mi sono rimaste dentro al punto da arrivare a rivalutare la mia intera fanciullezza, chiedendomi se alcune delle cose fatte o pensate fossero figlie non mie, ma di luoghi comuni. Pensare che fosse inevitabilmente necessario essere “piacente” non era forse frutto d’innumerevoli ore trascorse a guardare meravigliose donne salvate da altrettanto aitanti giovani? Forse anche l’amare il colore rosa era stato influenzato da una società che spesso tenta d’insegnare, con una lista di “suggerimenti”, come essere “bambina”.

Per molti di voi, probabilmente, queste riflessioni potranno sembrare eccessivamente “femministe” o addirittura assurde: per me invece sono essenziali per comprendere la donna che sono in virtù della bambina che sono stata. Non voglio condannare né i giocattoli infantili né tanto meno cartoni animati che tutt’oggi apprezzo. Ciò di cui mi sono però convinta è che i bambini andrebbero accompagnati nella scoperta del mondo, spiegando loro che ad ogni oggetto o situazione corrispondono una o più alternative. Crescendo si diventa sempre più acuti osservatori e, se intorno a sé si hanno modelli tutti uguali, si rischia di finire per pensare che siano quelli gli esempi da seguire.

Bisognerebbe anzitutto disilludersi dall’idea che prima o poi arriverà un principe a salvarci o che, viceversa, si debbano compiere grandiose imprese per essere degni di merito. Pochi mesi fa scrivevo infatti che «sono le piccole azioni a muovere il mondo» e sono tutt’ora convinta che sia così.

Sento poi, nel profondo, che se non avessi vissuto l’aspetto fisico come un qualcosa di determinante per la mia esistenza, avrei certamente speso meglio il mio tempo: avrei potuto vivere con quella spensieratezza che tutti noi meritiamo, andando al supermercato in pigiama senza temere giudizi.
Anche che un principe non sarebbe mai venuto a salvarmi l’ho dovuto imparare a mie spese, ma ben venga che così sia stato: di sbucciarci le ginocchia ne abbiamo tutti bisogno, ma sapere che interi lo siamo fin dalla nascita è un prezioso segreto che avrei preferito conoscere prima. Avrei così evitato di proiettare sugli altri mancanze che pensavo potessero essere colmate dalle relazioni, vuoti che invece avrei dovuto (giustamente) elaborare da sola.

A mio figlio, così come a tutte le nuove generazioni, non posso che augurare di guardare il mondo con occhi (per quanto possibile) imparziali, pensando che non si deve essere in nessun modo, se non così come si è.

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