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La polemica dalle aule alle cime: due parole sulle croci di vetta

La questione dei crocifissi nelle aule, tanto in voga negli ultimi anni, mi ha sempre lasciato piuttosto indifferente: tale noncuranza sarà da ricondurre alla mia spiritualità mai sviluppata, ma tant’è. Del resto un decreto del 1924 (anno in cui il Partito Popolare si dovette accontentare del 9% dei voti, di fronte al 64% del Partito Fascista, tanto per inquadrare la situazione) stabilì che «ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re».

Mi angustierei se qualche nostalgico monarchico convincesse tutti ad appendere il viso di Umberto II di Savoia in ogni aula: ma per i crocifissi, zero, niet. A chi piace piace, agli altri non può far male, non è un’offesa né un’imposizione. Lo dico da ateo: non è un tachimetro e nemmeno un semaforo: non obbliga nessuno a far niente. Se ne sta lì, ieraticamente immobile, e zitto: le chiacchierate di Don Camillo sono ormai lontane.

Al contrario, e con mia grande sorpresa, mi sono scoperto strenuo difensore delle croci di vetta. In un senso strettamente laico e montanaro, provo dell’affetto verso quella struttura fatta da un elemento verticale e uno orizzontale. Non ci vedo nulla di sacro, né un’affermazione di alcun tipo: ci vedo unicamente l’indicazione perentoria e tonante di una cima.

cima

In assenza di croci, provo sentimenti simili anche per gli ometti di sassi, per i semplici pali piantati sui cucuzzoli e persino per le bandiere di preghiera mutuate dalle cime himalayane. Ma le cime a me più convenzionali risultano dotate di croci, e da qui nasce la mia preferenza. Chiamiamola abitudine affettiva.

Questa predilezione, come detto, mi era però del tutto ignota. Fino a quando, nel dicembre dell’anno scorso, sono passato per la millesima volta (iperbolicamente, s’intende: ogni tanto lavoro) sulla cima del Cornetto, sul Monte Bondone. Arrivato sulla facile vetta, dopo aver vagato con lo sguardo in modo imbelle – ci mancò poco che guardassi sotto le mie stesse scarpe – mi accorsi che la croce di ferro non c’era più.

I quotidiani ne parlarono qualche giorno dopo: qualcuno – li definirono ‘vandali’ – l’aveva sradicata e gettata nel dirupo. Un po’ come quando ti rendi conto di aver fame solamente quando t’accorgi d’aver lasciato il panino a casa, d’un colpo scoprii che le croci di vetta mi piacevano un sacco.

Questo sentimento mi colse di sorpresa, a scapito della mia disinteressata laicità, oltre che del mio supposto amore per una natura incontaminata: piantare una croce di due metri su una vetta, lontanissima dal perimetro propriamente umano, è infatti contrario a tutto questo. Eppure le croci sono lì, altissimi lasciti di una secolarizzazione delle montagne tutta novecentesca, e nonostante tutto, sono felice che restino lì.

Fanno dunque bene quelli come Reinhold Messner, che combattono affinché non vengano issate nuove croci, ambasciatrici di un messaggio che coinvolge sempre meno gente. Ma quelle vecchie lasciamole lì: toglierle sarebbe un crociata ben peggiore.

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