Kapuściński e la filosofia del reporter: l’incontro con “l’altro”

Io sono l’altro / quello che il tuo stesso mare / lo vede dalla riva opposta, canta Niccolò Fabi. Ed è proprio l’alterità a essere al centro della canzone “Io sono l’altro”, una piccola poesia che spiega quanto sia necessario, per la nostra identità, l’incontro con qualcuno che è diverso da noi. Con qualcuno che è altro, appunto.

C’è stato un reporter polacco che ha vissuto l’alterità giorno dopo giorno, raccontando con carta e penna i costumi di popoli lontani dal suo modo di vivere. Ryszard Kapuściński ha vissuto questo mestiere come un dono, un’opportunità per osservare la caleidoscopica realtà del mondo. Caleidoscopica perché è proprio come quando, da bambino, afferri tra le mani per la prima volta un caleidoscopio. Quando lo prendevo e provavo a guardare nell’obiettivo, mi meravigliavo dell’insieme di colori che riuscivano a coesistere in quella sola, piccola sfera.

Kapuściński faceva parte di quella schiera di persone che viaggiano il mondo per raccontare chi è “altro”, per scoprire cosa si nasconde dietro i pregiudizi. È uno sguardo esterno, quello del reporter. Ma forse è per questo che è così interessante: perché fotografa la situazione che sta raccontando da un punto di vista insolito, dal punto di vista di chi è “altro”.

In un libriccino poco conosciuto ma prezioso, “L’altro”, Kapuściński raccoglie i discorsi che ha tenuto nel corso di alcune conferenze. Il reporter racconta come siano stati gli europei a interessarsi per primi al mondo – e agli altri – attorno a loro. Non solo, come potrebbe venire in mente di primo acchito, per assoggettarlo: anche per conoscerlo, per capirlo. Basti pensare a Erodoto, il primo reporter della storia secondo Kapuściński, che “In viaggio con Erodoto” racconta la costante tensione ad attraversare le frontiere, a varcare i confini per scoprire cosa si cela oltre, per poi tornare inevitabilmente indietro, ripartire, ritornare indietro e ripartire ancora.

In “L’altro”, Kapuściński arricchisce gli aneddoti della propria esperienza di reporter con il pensiero di alcuni autori della filosofia del dialogo, anche chiamata filosofia dell’incontro o dell’altro. Primo fra tutti Lévinas, che definiva l’incontro con l’altro un “evento”, anzi “l’evento fondamentale” dell’intera esperienza umana. È solo guardando il volto dell’altro che riusciremo a riconoscere la sua e la nostra umanità. E dobbiamo sbrigarci a farlo, altrimenti l’orrore di Auschwitz si ripeterà, sembra dirci Lévinas, e Kapuściński con lui. Il reporter polacco, però, aggiunge un importante tassello alla filosofia del dialogo. Mentre Lévinas e gli altri filosofi di questa corrente si erano occupati essenzialmente dell’incontro tra persone della stessa cultura, Kapuściński afferma che, nel ventunesimo secolo, dovremmo iniziare a indagare “la relazione io – altro nel caso in cui una delle due parti appartenga a una diversa etnia, religione e cultura”.

Kapuściński però si spinge ancora oltre: dobbiamo cominciare a ragionare in un modo inverso rispetto a quello che ci è proprio, mettendoci nei panni dell’altro. La cultura europea, infatti, ha da sempre dettato le regole che hanno definito il concetto di “altro”. “Ma quando mi trovo in un villaggio dell’Etiopia – scrive il reporter polacco – vengo rincorso da un branco di bambini che mi additano divertiti, gridando Ferenci! Ferenci! che vuol dire appunto “quello di fuori”, l’estraneo. Per loro l’altro sono io”.

Qualche tempo fa, nel programma di Rai 3 “Che succede”, Geppi Cucciari intervistava un amico dello scrittore ed esploratore altoatesino Robert Peroni, che da molti anni vive in Groenlandia. L’amico, un inuit, ha ammesso candidamente che, prima di conoscere Robert, non avrebbe saputo collocare l’Italia sulla cartina geografica. Spesso ce ne dimentichiamo, ma anche noi per qualcuno siamo “l’altro”.

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martedì 22 Giugno 2021