Chiudi

Un'esperienza su misura

Questo sito utilizza cookie tecnici e, previa acquisizione del consenso, cookie analitici e di profilazione, di prima e di terza parte. La chiusura del banner comporta il permanere delle impostazioni e la continuazione della navigazione in assenza di cookie diversi da quelli tecnici. Il tuo consenso all’uso dei cookie diversi da quelli tecnici è opzionale e revocabile in ogni momento tramite la configurazione delle preferenze cookie. Per avere più informazioni su ciascun tipo di cookie che usiamo, puoi leggere la nostra Cookie Policy.

Cookie utilizzati

Segue l’elenco dei cookie utilizzati dal nostro sito web.

Cookie tecnici necessari

I cookie tecnici necessari non possono essere disattivati in quanto senza questi il sito web non sarebbe in grado di funzionare correttamente. Li usiamo per fornirti i nostri servizi e contribuiscono ad abilitare funzionalità di base quali, ad esempio, la navigazione sulle pagine, la lingua preferita o l’accesso alle aree protette del sito. Comprendono inoltre alcuni cookie analitici che servono a capire come gli utenti interagiscono con il sito raccogliendo informazioni statistiche in forma anonima.

Prima parte6

cm_cookie_cookie-wp

PHPSESSID

wordpress_test_cookie

wordpress_logged_in_

wordpress_sec_

wp-wpml_current_language

YouTube1

CONSENT

Scopri di più su questo fornitore

Google3

_gat_

_gid

_ga

Scopri di più su questo fornitore

Internet, l’inquinamento c’è ma non si vede

Foto di Markus Spiske

Da qualche decennio la nostra quotidianità viene costantemente plasmata e rimodellata dal progresso tecnologico. E-book, e-mail, smart working, streaming, cloud… nel tempo molte nostre azioni si sono “dematerializzate”, dandoci forse l’impressione di pesare meno sull’ambiente. Sì, impressione, perché se è vero, ad esempio, che leggere un e-book o spedire una e-mail sottrae molti alberi alla ghigliottina e che lavorare in smart working riduce la circolazione di veicoli inquinanti, è altrettanto vero che la questione è molto più complessa – e meno idilliaca – di così. In altre parole, il fatto che il web sia, nella nostra percezione, immateriale non significa che sia sostenibile, anzi. Prima di tutto perché immateriale non lo è affatto: anche internet ha un domicilio fisico, ossia gli immensi ed energivori server dislocati in tutto il mondo che ne permettono il funzionamento.

Stabilire quanto inquina internet è possibile e per farlo si parla di carbon footprint, ovvero il parametro che determina l’impatto ambientale – in termini di immissione di gas serra e quindi, principalmente, di CO2 – di un’attività o un prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita. Al netto di tutta l’anidride carbonica emessa per produzione, distribuzione e smaltimento dei dispositivi tecnologici, anche la sola attività online è causa di CO2. L’azienda italiana CDiN ha calcolato che ogni giorno, in media, l’attività online di ciascun individuo – tra film e musica in streaming, mail e messaggi, videochiamate, social network o semplice navigazione web – emette 13 kg di CO2, la stessa di un’auto che percorre 50 km. Sembra incredibile, ma dobbiamo sforzarci di pensare che ogni anche marginale attività online come controllare i social scatena un invisibile scambio di dati tra il nostro dispositivo e i server dati dislocati nel mondo, che per alimentarsi necessitano di ingenti quantità di energia, oggi ancora prodotta in larga misura da combustibili fossili.

Ma non finisce qui: internet ha anche sete, molta sete. Una ricerca dell’Imperial College di Londra ci da un’idea dell’importante quantità d’acqua richiesta dai contenuti digitali: quando guardiamo un film in streaming consumiamo 100 litri d’acqua, 200 se scarichiamo 1 GB di dati e “solo” 20 per una diretta sui social network. Perché? I server dati utilizzano l’acqua per raffreddarsi: uno di dimensioni medie consuma la stessa quantità d’acqua di due campi da golf di circa 70 ettari ciascuno. Non a caso Facebook nel 2013 ha spostato i suoi server a nord della Svezia per sfruttare le naturali basse temperature, nel 2020 Microsoft ha posizionato molti dei suoi server nel mare scozzese per approfittare delle sue fredde acque e Aruba, in Italia, impiega sistemi di raffreddamento ad aria. Tuttavia, ancora molto rimane da fare, anche a livello individuale.

Se mollare tutto e tornare al mondo prima di Internet è oramai qualcosa di puramente irrealistico, con maggior consapevolezza del problema tutti possiamo sforzarci di limitare i danni ambientali derivati dalla nostra vita digitale. Ecco alcuni esempi di buone pratiche che chiunque può adottare da subito per combattere l’inquinamento digitale pur rimanendo connessi: navigare attivando l’anti-tracciamento, che blocca il continuo flusso di dati a scopo meramente pubblicitario; privilegiare il download allo streaming, limitando così a una sola volta l’accesso ai dati ospitati nei server; sfruttare i “preferiti” del proprio browser per i siti che consultiamo di più, evitando continue ricerche generiche che aumentano inutilmente lo scambio di dati; e infine bloccare la riproduzione automatica dei video, molto energivori oltre che molesti.

Approfondimenti
Lascia un commento

I commenti sono moderati. Vi chiediamo cortesemente di non postare link pubblicitari e di non fare alcun tipo di spam.

Invia commento

Twitter:

  • Il #Moltiplicazionifestival 2022 ha avuto tra i suoi protagonisti i green content creator Alice P ...
  • Nel corso del #Moltiplicazionifestival è stato proiettato il documentario “PrimAscesa – la m ...
  • Tra gli eventi di apertura del Moltiplicazioni 2022, si è tenuto un dialogo d’ispirazione ince ...
  • Vi raccontiamo in quest'approfondimento l'incontro "Siamo Ovunque. Dialoghi ed esplorazioni sul m ...
  • La nostra redazione, lo scorso fine settimana, ha seguito il #moltiplicazionifestival di Rovereto ...
  • Puntuale come ogni anno, prima della fine dell’estate, anche nel 2022 è tornato Poplar Festiva ...

sabato 3 Dicembre 2022