Giovani e lavoro: Andrea, facilitatore della comunicazione per ragazzi ipovedenti

Andrea Truant, trentenne, è laureato in Scienze dei beni culturali. Decidendo di dare una svolta alla sua vita, ha scelto di intraprendere un nuovo percorso di formazione e di dedicarsi ad un lavoro – impegnativo ma ricco di soddisfazioni – nell’ambito del sociale: da qualche anno è diventato educatore e facilitatore della comunicazione per ragazzi ipovedenti.

Dai beni culturali al diventare educatore-facilitatore per ipovedenti. Che tipo di formazione hai dovuto seguire per un cambio di percorso cosi radicale?

«Ho conseguito la laurea triennale in Scienze dei beni culturali all’università di Trento ma, negli anni, ho preso consapevolezza della mia propensione a lavorare nella sfera del sociale. Per questo, su consiglio di un amico, ho frequentato il corso per facilitatori e lettori offerto dalla cooperativa sociale IRIFOR Trentino: un corso annuale con tirocinio e due esami finali – uno teorico e uno sul sistema di lettura e scrittura braille – finalizzato ad acquisire competenze per essere di supporto, a scuola, a bambini e ragazzi con problematiche legate alla vista.»

Ci spieghi le caratteristiche principali del tuo ruolo?

«Devo dire che è abbastanza eterogeneo. Varia di volta in volta, a seconda della persona che seguo e del percorso stabilito. A scuola affianco l’alunno/a in classe e mi preoccupo di rendere le lezioni accessibili, facendo in modo che gli insegnanti preparino un materiale ad hoc. Ad esempio se viene fornito materiale “in nero” – termine per indicare un testo non in braille – allora lo devo tradurre. Altra mansione può essere quella di attivare, di volta in volta, delle convenzioni con biblioteche e librerie affinchè reperiscano il materiale idoneo a seconda delle varie casistiche come libri in braille, a caratteri grandi o con una particolare formattazione o audiolibri.»

 Lavori esclusivamente nelle scuole?

«Assolutamente no. Quest’anno, lavorando per l’Unione ciechi e ipovedenti di Pordenone, mi occupo di ragazzi e adulti in ambito extrascolastico, impegnandomi per sviluppare tutta la parte che riguarda la vita sociale della persona. Al momento seguo un ragazzo di 25 anni e con lui sto lavorando sull’apprendimento dell’uso degli strumenti per la ricerca del lavoro, quindi ci stiamo concentrando sull’uso di programmi tifloinformatici. Con un altro bambino ci stiamo concentrando sull’uso del bastone da orientamento. La sfida del mio lavoro è proprio questa: adeguarmi alle esigenze di ogni singola persona.»

Quali sono le maggiori difficoltà che ti è capitato di dover affrontare?

«Alcune volte riscontro una mancanza di coordinamento tra insegnanti ed educatori: questo rischia di inficiare l’apprendimento dell’alunno. Spesso ho notato che il problema della cecità a scuola viene standardizzato, quando invece le varianti sono molte: dal non vedente, all’ipovedente, a chi non vede i colori. Ogni problematica deve essere quindi affrontata in modo specifico.»

Però, come dici, è un lavoro che ti dà grande soddisfazione…

«Si, certo, soprattutto quando mi dedico a progetti extrascolastici. In questi ultimi, svolti principalmente in ambiente domestico, è fondamentale instaurare un rapporto non solo con l’assistito ma anche con tutto il resto della famiglia, cardine della sua vita. Uno degli obiettivi è riuscire a creare un ambiente ideale attorno a colui che viene assistito, in modo da ridurre le fonti di disagio. Riuscire a creare un ambiente sereno in una situazione sfavorevole è davvero appagante.»

Ti piacerebbe, in futuro, trovare un punto d’incontro tra la tua precedente formazione ed il tuo lavoro?

«Certo, mi piacerebbe riuscire ad unire il mio attuale lavoro con la mia passione per l’arte. Nonostante la situazione attuale sia complicata, a causa della pandemia, vorrei poter entrare in contatto e collaborare con delle realtà museali in cui vengono elaborati percorsi e laboratori di didattica specifici per perone con deficit visivi.»

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martedì 22 Giugno 2021