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Dante o i Green Day? Un modo per ripensare la scuola

Gli insegnanti devono fare breccia nel cuore di chi hanno di fronte. Fare breccia nel cuore, non nel cervello. Solo in questo modo è possibile un autentico percorso educativo e, di conseguenza, istruttivo. Perché un insegnante che fa breccia nel cuore di uno studente farà breccia anche nel suo cervello. Al contrario di come si tende a dipingerli oggi, gli studenti non sono ectoplasmi in stato di perenne disinteresse. Hanno altri interessi rispetto allo Stilnovo o ai teoremi euclidei. Il che non significa che non possano interessarsi anche allo Stilnovo e a Euclide o che bisogna smettere di insegnarli: significa che bisogna arrivare a quel traguardo attraverso altre strade, non sempre canoniche.

Prendiamo le figure retoriche: va bene individuarle in Petrarca e in Leopardi, ma perché non cercare le figure retoriche nei versi di una canzone italiana contemporanea? Stesso risultato, percorso diverso e (credo) più intrigante. Meglio ancora: perché non far parlare direttamente gli studenti e le studentesse? Si predica tanto di nuove metodologie didattiche. Si predica tanto, tra esse, della flipped classroom. Ma come la si può applicare concretamente? Prendo il caso di una studentessa che chiamerò con il nome di fantasia Teresa. Teresa è una ragazza brillante, con una testa e un cuore grandi così, ma che sta attraversando un milione di problemi personali e familiari, per cui la scuola nei suoi pensieri ha preso una posizione un po’ più marginale.

Breve parentesi: quante Teresa ci sono oggi? Quanti e quante, in ogni classe, attraversano delicate situazioni personali a causa delle quali la scuola passa in secondo piano? Gli insegnanti tendono ad avere un’idea esclusiva dell’istruzione scolastica: pensano che le persone che hanno di fronte abbiano come unico pensiero la scuola, quindi i libri, le verifiche, i compiti, le interrogazioni. E che non ci sia altro nella loro vita. Sbagliatissimo. La nostra epoca vive di stravolgimenti quotidiani e di crescite precoci: gli adolescenti di oggi non sono quelli di dieci anni fa. Eppure il modo che gli insegnanti hanno di approcciarsi a loro non è cambiato. Bisogna ripensare questo sistema, superare l’esclusività a favore dell’inclusività, cioè della maggiore centralità dello studente inteso come persona.

Ma si parlava della flipped classroom. Teresa non trova motivazione per studiare, sballottata com’è dalle maree della vita. Anzi, lo studio sta diventando per lei una fonte di stress indicibile. Che cosa dovrebbe fare un insegnante? Dovrebbe in primis riconoscere la situazione e poi agire di conseguenza. Teresa (e molti studenti e studentesse come lei) non è un soprammobile privo di passioni. Allora perché non stimolarla in un altro modo? Perché non chiederle di preparare una presentazione su un argomento che la appassiona particolarmente? Che cosa cambia se invece dello Stilnovo (che pure prima o poi recupererà, e se non sarà così amen) Teresa dovesse parlare, che so io, di De André o di Guccini, del cinema di Tarantino o di quello di Nanni Moretti, dei Twenty One Pilots o dei Green Day? Anzi, gli insegnanti dovrebbero essere felici quando uno studente mostra di avere interessi costruttivi che vanno al di là della scuola.

So che la mia è un’utopia. Anche perché richiederebbe da parte del corpo docente uno sforzo che non si esaurisca al momento dell’interrogazione su De André invece che sullo Stilnovo. Questo è il primo passo, ma poi ce ne sono (o ce ne dovrebbero essere) tanti altri. Perché le difficoltà che Teresa (o chi per lei) sta attraversando non scompaiono magicamente. Un insegnante dovrebbe essere in grado di accompagnarla nella direzione giusta, da solo o coinvolgendo chi di dovere. La scuola dovrebbe essere in grado di farlo. Ma è una scuola che non esiste, o che esiste solo in piccole oasi di luce. Un’utopia, appunto. Ma per la quale vale la pena di battersi.

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lunedì 4 Marzo 2024