Contest Giornalismo Partecipativo, “Giornalismo sociale: disabilità e media”

contest coverChe cos’è il giornalismo sociale ma soprattutto: esiste? A rispondere a queste domande è stato il giornalista de “l’Adige” Giuliano Beltrami, nel corso della lezione “Giornalismo sociale: disabilità e media” rivolta ai giovani iscritti all’edizione 2020 del Contest di giornalismo partecipativo – Tempora Onlus.

Perno dell’intervento è stata l’esperienza di vita del giornalista, che ha esordito con il racconto di un episodio legato alla sua giovinezza: l’occupazione – assieme ai suoi compagni, per un’intera settimana – dell’istituto per ciechi allora frequentato.

Quell’episodio attirò l’attenzione dei media che, ad occupazione conclusa, pubblicarono titoli dai toni esasperati come: “Poliziotti picchiano i ciechi”, perdendo di vista l’essenza stessa dei fatti. Questo aneddoto ha rappresentato l’incipit per una riflessione volta a comprendere l’essenza del vero giornalismo sociale, tale solo nel momento in cui l’attenzione viene riservata ai protagonisti e alle motivazioni che portano ad un determinato evento.

E proprio su questo fronte è illuminante quell’episodio: infatti gli articoli scritti sull’occupazione dell’istituto, furono da considerare piuttosto forme di giornalismo «sensazionale», frutto dello spasmodico desiderio di attirare l’attenzione dei lettori e fare audience.

Per approfondire alcune tematiche dell’incontro abbiamo incontrato il relatore per rivolgergli alcune domande:

Quali erano le condizioni di quell’istituto e perché decideste di occuparlo?

«Le condizioni non erano delle migliori: cinquant’anni fa la disabilità era tenuta nascosta, considerata come vergogna, fallimento familiare. Il disabile veniva tenuto in casa o chiuso in un istituto e questo fu uno dei motivi per i quali decidemmo di ribellarci. Ora la mentalità sembra essere cambiata e più propensa all’integrazione. Gli istituti dove prima il disabile era isolato sono stati oggi fortunatamente chiusi, in favore d’una integrazione scolastica».

Crede che ci si occupi abbastanza e nel modo giusto di questi temi?

«Credo che di disabilità ce ne si occupi molto poco e questo perché non si sa come trattare questo argomento. Spesso i media preferiscono dedicarsi a creare fenomeni mediatici o a premiare i fatidici “eroi del sociale”, ma ci sarebbe molto altro di cui scrivere, molto altro da raccontare».

Pensa che i media potrebbero divenire buon veicolo per approfondire il tema disabilità?

«La disabilità oggi viene mostrata e non più tenuto nascosta e questo da una parte è un bene perché ha creato una cultura. Pensiamo però a quante parole inutili vengono scritte su questi temi e alla insaziabile voglia di fare scoop, che non fa altro che arrecare danni. La disabilità è un mondo da scoprire e restano aspetti considerati tabù che potrebbero essere invece interessanti da sondare, come ad esempio la sessualità. Se usati nel modo giusto, i media potrebbero certamente divenire un prezioso strumento d’informazione e sensibilizzazione».

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lunedì 30 Novembre 2020