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Black Cowboys: dimenticati dalla storia e da chi l’ha scritta

Che il viso sia quello di Clint Eastwood o quello del Duca John Wayne, il cowboy per antonomasia è idealizzato nella cultura di massa, come conseguenza del modello presentato dai film western, secondo uno schema molto preciso: si parla sempre di uomini duri, con la solitudine a far loro da unica compagna, una vita vissuta di avventure sotto uno Stetson a falda larga, abbinato all’immancabile revolver. Il plauso del pubblico mondiale è servito per rendere queste figure la massima incarnazione della virilità bianca, elemento comune a tutti i film ambientati nel selvaggio West, come le ambientazioni o la trama, pressoché monotematica. Un filo conduttore da non sottovalutare, capace di unirne la maggior parte, è la forte inesattezza storica: essere un cowboy, a differenza di come si possa pensare, non era un lavoro di cui andare fieri; si trattava di un lavoro “per schiavi”, il 25% dei cowboy americani – secondo molti storici – era di origini afro-americane.

Come, infatti, riporta Larry Callies, direttore del “Black Cowboy Museum” di Rosenberg, Texas, “l’uomo bianco” preferiva essere proprietario del ranch o dello schiavo stesso, piuttosto che essere appellato come “cowboy”, almeno finché la fama dei grandi mandriani dell’Ovest non riuscì ad arrivare fino all’altro lato del paese. Ovviamente nessuno, lungo le coste dell’Atlantico, avrebbe immaginato che leggendari nomi, come Nat Love, Bill Pickett o Bass Reeves, appartenessero a cowboy neri.

Le radici del legame tra black community e il lavoro con il bestiame sono delle più profonde, antiche più dell’America – come nazione – stessa: quando nell’800 la zona interessata, attualmente corrispondente al Texas, divenne preda di una serie di acquisti di terreni quasi compulsivo – visto il prezzo economico e le potenzialità di guadagno offerte – nello spostarsi molti sudisti portarono con sé i propri schiavi. Quegli stessi schiavi, allo scoppiare della Guerra Civile, si trovarono da soli a lavorare bestiame e terre, acquisendo così le capacità necessarie per guadagnarsi da vivere poi, perché conclusa la Guerra, il Sud-Ovest divenne una sorta di terra promessa per migliaia di schiavi, divenuti uomini liberi, con la giusta esperienza.

Per quanto riguarda il mondo del cinema, i film che hanno raccontato quelle terre, allora inesplorate e così affascinanti, non sono inesatti nell’erronea rappresentazione del “chi”, ma anche in quella del “come”: le condizioni della vita non erano così rosee, certo, le scorribande, i saloon e i nativi americani erano tutti elementi presenti, sono stati “solo” storpiati per il grande schermo. Da questa storpiatura sono sicuramente nati degli espedienti narrativi che hanno offuscato l’incredibile durezza della vita precaria di chi svolgeva una professione così romanticizzata. Oltretutto, per i black cowboy, la costante “lotta” non era solo quella per la salvaguardia del proprio bestiame, da animali selvatici e briganti, c’era da affrontare anche la stigmate razziale, pregiudicante sia dal punto di vista sociale che da quello economico.

Il grande schermo riesce, però, nell’essere una perfetta arma a doppio taglio e così come uno stereotipo grossolano è stato creato, lo si può – sempre tramite film – metterlo in discussione e finire per abbatterlo: è quanto sta accadendo oggi, con il racconto della storia del West portata da quel 25% di cowboy “dimenticati” dall’industria cinematografica. Gli ultimi esempi di spessore sono arrivati con “Nope”, diretto da Jordan Peele, in cui la famiglia di rancheros neri protagonista si dice discendente dal fantino del “Galopping Horse”, motion picture del 1878, e con “The Harder They Fall”, diretto da Jeymes Samuel, che ha ripreso e romanzato le vicende, di per sé già rocambolesche, di Nat “Deadwood Dick” Love, tratte dalla sua autobiografia, che senza conoscere le sue origini potrebbe benissimo essere stata ispirata dai film di Henry Fonda, quando in realtà il contrario è più probabile.

Il caso più vistoso di un film che abbiano chiamato l’attenzione sul tema è senza ombra di dubbio “Concrete Cowboy”, di Ricky Staub, descritto da Idris Elba – protagonista con Caleb McLaughlin, star della serie Stranger Things – come un “documentario”: la storia racconta di una delle tante comunità di cowboy americani neri che tutt’ora popolano interi quartieri di grandi città, da Philadelphia a New York. I cowboy del giorno d’oggi portano avanti una tradizione plurisecolare, mantenendo vivo un elemento fondamentale nell’heritage culturale, quasi genetico, della black community americana, perché nessuno dimentichi che un cowboy su quattro era nero e che la storia non è sempre così come ci viene proposta, tra stereotipi e omissioni.

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giovedì 29 Settembre 2022