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Artefatti e restituzione: un’eredità tossica, tra etica e pesticidi

La questione sicurezza all’interno dei musei è un tema di dibattito più che attuale: da quando gli attivisti dell’Extinction Rebellion – e tutte le varie frange nazionali, come i nostrani di Ultima Generazione – hanno scelto di spostare il focus sul cambiamento climatico con delle azioni sistematiche, al limite del vandalismo secondo i più, una grande fetta della popolazione mondiale sembrerebbe aver ricordato dell’esistenza dei musei stessi. In parallelo a questa risanazione della memoria, la nostra società ha virato verso una maggiore sensibilizzazione relativa a diritti civili e umani: è proprio dall’unione di questi due elementi che otteniamo il tentativo di risanare i torti storici dell’era coloniale, restituendo i propri beni culturali alle varie minoranze, o comunque popolazioni che hanno sofferto violenze e furti, in giro per il mondo. Proprio la sanguinosa storia di queste vicende è il catalizzatore dei procedimenti: questo discorso, ricco di un’etica sicuramente ammirevole, è nato da una stretta a riguardo dell’UNESCO già dagli anni ’80, per l’incredibile numero di furti d’arte nel Sud globale, ma solo in questi giorni sta trovando terra fertile. L’oste senza cui sono stati fatti i conti è il fattore pesticidi: la grandissima cautela e i numerosissimi limiti durante le esposizioni ai turisti sono sempre state corrisposte da una fortissima applicazione di pesticidi, per scongiurare deterioramento e attacchi di microbi o insetti.

Il trattamento, come riportato dal report relativo di Leslie Omstein per la Seton Hall University, New Jersey, “è quello di prevenzione, piuttosto che del trattamento”. Questa prevenzione è avvenuta anche tramite metodi “domestici”, come l’isolazione o l’utilizzo di temperature glaciali per abbattere le larve, ma ha visto, già dal 18° secolo, come centrale i pesticidi; tra arsenico, mercurio e PCP sono innumerevoli e per la maggiore portatori di rischi per fegato, polmoni e sistema nervoso, ovviamente se inalati o ingeriti. Non possiamo essere certi di quanti e quali, perché non c’è un vincolo globale per cui ogni museo debba tenere traccia delle misure di igiene contro l’infestazione da insetti, né c’è mai stato, portando a categorizzare anche artefatti fermi o restituiti come un fattore di rischio per la salute di chi li maneggia. È proprio con la restituzione che molti degli artefatti tornano ad avere un senso che non sia puramente espositivo, tornando ad essere partecipi di riti e cerimonie, entrando quindi in contatto con parti del corpo sensibili, come gli occhi e la bocca.

Il caso della popolazione Hopi, indigeni dell’America del Nord, è esplicativo del pericolo al quale si espone un numero non precisabile di persone nella restituzione di oggetti contaminati, e il successivo dilemma morale che si genera dal trattenere gli oggetti sacri. Molti dei loro oggetti – impegnati in esposizioni in giro per l’America – sono ancora oggi considerati di valore e interesse infinito per la loro tradizione e proprio per questo, già trenta anni fa, nel pieno dei ‘90s, c’era stata una forte spinta presidenziale per reintrodurre, nelle poche riserve rimaste, 60 oggetti, che sono stati poi utilizzati, senza alcuna protezione, anche in sale sotterranee. Dove finisce il dovere di uno stato di risanare i propri torti storici e dove inizia il diritto di una popolazione di reclamare i propri beni? Il governo si è impegnato nel notificare la possibilità che in giro per gli US gli artefatti siano stati trattati, ma il loro “impegno” si è fermato qui. Non è nemmeno pensabile di imporre ad una comunità, già sottomessa moralmente per secoli, di non utilizzare i propri beni, i quali per essere dissacrati – e quindi resi obsoleti – avrebbero bisogno di una cerimonia nel verde, dove sarebbero poi rilasciati, contaminando quel poco che rimane di sano in un territorio che sta già soffrendo molto.

È sicuramente difficile bilanciare tra i bisogni delle due parti, ma una possibile soluzione sembrerebbe essere arrivata dal Direttore del Museo Grassi di Etnologia di Lipsia, Meijer-van Mensch, che di recente si è trovato in una posizione simile a quella del governo: il Grassi, per degli accordi internazionali, si è impegnato nel rimandare in Polinesia, nella celebre Isola di Pasqua, delle reliquie umane acquisite in maniera illegale anni e anni prima, tutte potenzialmente velenose. “Si può solo essere il più trasparente possibile, non possiamo rifiutarci con la giustificazione della tossicità”, ha dichiarato Mensch, e potrebbe essere proprio la strada dell’informazione, dopo cura, analisi e smaltimento, per quanto possibile, il modo giusto per ristabilire, seppur parzialmente, una sorta di giustizia sociale. Il rifiuto di trasferire gli oggetti, perché sarebbero poi usati impropriamente durante riti e cerimonie, potrebbe essere vissuto come un nuovo torto figlio di un’epoca coloniale di cui non ci siamo mai completamente liberati e il cui spirito continua ad infestare i musei di una stragrande maggioranza della comunità internazionale occidentale.

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domenica 21 Luglio 2024