Nadal e Alcaraz, prospettive differenti

Su Netflix sono disponibili due documentari molto interessanti che riguardano due tennisti professionisti agli antipodi, l’unico punto in comune che queste persone hanno è probabilmente la nazionalità: sono entrambi spagnoli. I due documentari riguardano la vita di Rafael Nadal Parera e Carlos Alcaraz Garfia. Gli atleti hanno età anagrafiche molto differenti, Nadal è nato nel 1986 e Alcaraz nel 2003, queste date forse basterebbero a giustificare le loro scelte dentro e soprattutto fuori dal campo e la loro differente visione dello sport. C’è anche da considerare che uno ha scelto di creare un documentario a carriera ormai finita, mentre l’altro si può dire che sia ancora agli esordi del suo percorso sportivo. La differenza sostanziale tra questi due professionisti non è né la forza fisica né la tecnica ma la mentalità: Rafa era un atleta con una abnegazione e spirito di sacrificio che non ha eguali nella storia di questo sport. Si allenava costantemente, nonostante i dolori cronici dovuti ad una rarissima malattia degenerativa conosciuta come sindrome di Müller-Weiss, che provoca la deformazione e il progressivo collasso dell’osso scafoide tarsale del piede.

L’approccio di Alcaraz al tennis, forse alla vita in generale, è molto diverso: per lui lo sport è un lavoro ma anche un divertimento. Appartiene ad una generazione che sta rapidamente cambiando il modo di vedere la vita, non soltanto dedicandola al lavoro ma cercando il giusto bilanciamento tra dovere e piacere. Alcaraz è molto più attento a dedicare ore della giornata al riposo e al divertimento, considerate due prerogative necessarie nella preparazione mentale e fisica dell’atleta. Questo tipo di mentalità e ovviamente il duro lavoro in allenamento, l’ha portato ad essere il più giovane tennista ad aver ottenuto la posizione numero 1 del mondo nella storia del ranking ATP a 19 anni, e a 22 anni il più giovane tennista a completare il Career Grand Slam, ovvero la vittoria di tutte e quattro le prove del Grande Slam. Se questo fosse veramente il modo migliore e vincente di vivere lo sport e la vita in generale? Se non fosse necessario “uccidersi” di allenamenti e diventare schiavi di una cosa che prima si considerava come un divertimento? La giusta misura spesso si perde perché o diventa “un’ossessione” o si lascia perdere una carriera professionale.

Sport
Lascia un commento

I commenti sono moderati. Vi chiediamo cortesemente di non postare link pubblicitari e di non fare alcun tipo di spam.

Invia commento

Twitter:

venerdì 26 Giugno 2026