“L’orto americano” di Pupi Avati: la recensione del film presentato all’81° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia
Un film presentato all’81° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, basato sull’omonimo romanzo del regista, che inscena un’affascinante mistero dai tratti gotici. Una pellicola intima ed audace quella di Pupi Avati, che vanta ben quattro candidature ai Nastri d’Argento del 2025.
“È lei. Quella che m’hanno promesso, quella che aspetto da sempre. Ecco perché sono qui… Ci siamo finalmente incontrati. È accaduto l’impensabile”. Così si apre la vicenda narrativa del film, il giovane protagonista, interpretato da Filippo Scotti, si innamora alla vista di una bellissima infermiera americana. Un incontro che lo porterà lontano non solo geograficamente, ma anche fino ai confini stessi della realtà. Questa la pellicola del regista Pupi Avati, un viaggio tra concreta realtà e sfrenate fantasie. Quelle allucinazioni poetiche che portano il giovane scrittore a scavare nell’abbandonato orto dei vicini con conseguenze impensabili. Proprio quel fatidico ritrovamento, unito all’accorata supplica di un’anziana madre, lo condurrà di nuovo in Italia per cercare risposte mai trovate in America. Un ritorno alla sempre presente e tanto amata donna vista una sola volta, Barbara, e creduta persa per sempre, assassinata brutalmente da un efferato criminale ferrarese. “È che ho vissuto una storia che ha dell’incredibile. Per una serie di circostanze inspiegabili, mi sono ritrovato in una vicenda migliaia di chilometri da qui dove c’entra lui… suo fratello”. Eppure, nemmeno la formalità del processo riesce ad dissuadere Lui e il suo cuore innamorato. Una pellicola che scava nell’interiorità dell’uomo e sonda le tenebrose acque della psiche umana con i più semplici strumenti a disposizione: un mistero e un amore. Un film che rievoca sullo schermo, così come nello spettatore, un senso di incolmabile nostalgia e mistero; grazie anche all’ambientazione delle campagne del Delta del Po che non solo esaltano, ma glorificano la resa della fotografia in bianco e nero di Cesare Bastelli.
Una poesia trasposta al cinema, dove il regista si interroga sui legami familiari che uniscono e dividono le persone attraverso misteri e segreti: “E tutto ciò accade in questo luogo che è sul confine dell’acqua dolce del Po e quella salata del mare. In questo luogo in cui gli aironi e gli angeli si confondono nelle loro traiettorie celesti”.
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domenica 22 Febbraio 2026