La luce nel vicolo

Ogni luogo ha la sua storia, parla, come parlano i suoi silenzi e i suoi colori. Nelle città che ho visitato e in cui mi è capitato di vivere ho sempre scorto una dolcezza e una malinconia del tutto proprie ed intrinseche in ogni centimetro quadro calpestabile e non. Spesso ci si chiede quale sia lo scopo della vita di un essere umano e, a parer mio, non ve ne è uno: tra i papabili si potrebbe menzionare la felicità, l’amore, l’amicizia, la famiglia, la morale (vera o presunta), e via discorrendo. Ma che ne direste di attribuire alla vita degli scopi molteplici? Come un prisma: sfaccettato, multidimensionale e che convoglia su di sé (e dentro sé) innumerevoli sfumature di arcobaleno. Così mi piace pensarmi e immaginare il mondo che mi circonda. Sono una studentessa e scrivo poesie dall’età di 13 anni e mi è altresì capitato di vincere due concorsi letterari in questo ambito ma, sebbene e nonostante ciò, continuo a ritenere che la poesia non sia null’altro che un piccolo ruggito dell’Io, che è in continua evoluzione in noi, mai uguale a se stesso, e pertanto bisognoso di emergere in qualsivoglia forma che si confaccia al nostro animo. Mi ha sempre stimolato poter bisbigliare alle stradine, anche se solo metaforicamente, e dire loro quanto fossero belle e piene, e limpide e ricolme di rugosità storica e di vissuto. E poter loro promettere che scriverò di loro, pur se indirettamente, dandogli respiro, corpo, spirito e luce, come ho provato a fare nella poesia che vi propongo oggi. Sono convinta che se ascoltassimo maggiormente il mondo, noteremmo subito quante risposte sia in grado di riservare per ciascuno di noi.

Estate trentina
Mi ricordo quel calore che dipanava dal terreno;
il selciato era umido, ma non franava.
Era l’estate trentina, fugace e radiosa
con le sue cime immerse tra le nuvole di panna, dolce e leggera
come la carezza materna.
Erano quei monti e quei prati,
quelle scarpe da ginnastica che non so indossare,
quegli occhiali da sole che stento a portare
e quei ricordi maldestri che inciampano tra una risata e un cruccio.
Era elegante,
seta sinuosa,
era un valzer sicuro senza passi ritmati.
Era acuta come non sono mai stata e ruvida e onesta,
scura e beffarda,
come vorrei.
Avanzava lesta, avanzava soda, l’estate trentina.
L’estate in un lago che non so sfiorare,
in cui nuoto senza immergermi,
ma mi sono persa,
come conchiglia nel mare,
e navigo in un sospiro sospeso,
dove ogni profumo è più netto e la luce è più nitida.
Non ho mai sondato le tue rocce, estate trentina:
le bacio sfiorando l’abisso impenetrabile,
le tocco senza smuoverle, senza scuoterle,
ma loro mi hanno già risposto.
Eppure non sapevo la domanda,
non ho mai svelato dubbi né anelato verità.
Forse hai sentito anelare un’anima, forse la cerco anch’io.
Sei scaltra, estate trentina!
Ti porterei con me in ogni passato
e ti cercherei in ogni futuro.
Porterei i tuoi sassi di porfido e le tue scaglie di ardesia
tra le mie mani e le mie speranze,
amata estate trentina,
innevata di verde memoria.

Trentino-Alto-Adige1

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mercoledì 4 ottobre 2017