Giocare con un filo su un binario indiano

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[Foto di Francesca Bottari, Percezioni d’uguali]

Il sorso d’acqua fredda non attenua il calore provocato dall’irritazione che provo. È la paura della diversità che mi circonda.
Sono seduta fuori dalla piccola stazione di Dharmavaran (952 km a sud di Mumbai, India) in attesa della coincidenza con un altro treno. In quello precedente i passeggeri mi hanno svegliata alle quattro invitandomi a scendere in questo posto a qualche ora da Bangalore, dove inizialmente ero diretta, per prendere un altro convoglio. Mi sono fidata perché in India c’è sempre qualcuno che ti indica la direzione migliore da prendere.
È quasi l’alba e questa stazione sconosciuta è vivace anche se il sole deve ancora illuminarla. Al buio le mie paure aumentano. Mi allontano da ogni sguardo e dimentico la stessa radice umana che mi lega a ognuno di loro. Provo a chiudere gli occhi per fuggire un istante, ma il suono di campanelle appese al bastone di un uomo senza occhi mi riporta ingarbugliata in quell’intreccio di vite indiane.
Vite di un Paese che sta visibilmente cambiando, vite sempre più mal nutrite per eccesso invece che per difetto. Vite la cui spiritualità ci insegna che l’aiuto non è egoistica carità e che dovremmo ridimensionare il nostro gioco di mamma che accarezza i figli per amor proprio, e non per quello dei bimbi stessi.
Richiudo gli occhi umidi, mi siedo davanti al binario, allungo le mani fino alle ginocchia e rifugio i piedi sotto le gambe incrociate. Inizio ad arrotolare un filo con la forza della mente e a gomitolo finito riapro gli occhi; la stazione è sempre la stessa, ma io no, sono diversa.
A pace ritrovata la mia risposta alle vibrazioni è più forte, è ferma. Senza più nessun timore riesco a ringraziare quello che ho attorno: un Paese che insegna a vivere la realtà per come veramente è attraverso la meditazione. Uno strumento che appartiene ad ogni essere umano – senza discriminazione alcuna – che può portare all’armonia individuale e di conseguenza a quella mondiale.
Imparare quest’arte millenaria significa vedere l’unità in ogni diversità. È un esercizio quotidiano che placa ogni reazione negativa scaturita da delusioni o gratificazioni inesistenti. È un allenamento per il singolo che aiuta il mondo intero: imparando a gestire le reazioni conflittuali il nostro agire finirà nel vaso della non violenza, riconoscendo nell’altro la stessa realtà interiore.

Prossimamente vi porterò in un corso intenso di meditazione a Mumbai. Un viaggio lungo dieci giorni, un viaggio per tutti e di tutti, senza nessun guru a barba lunga né particolari apparenze mistiche, ma fatto da persone del posto, semplici e comuni, come tutti noi.

 

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mercoledì 4 ottobre 2017