Economia della felicità: verso un paradigma umano del benessere

Dal 2011 il nuovo sistema europeo di contabilità pubblica ESA (European System of Accounts) calcola il PIL dei singoli Paesi includendovi i fatturati di alcune attività criminali, fra le quali il traffico di droga e la prostituzione. Il ragionamento è forse questo: stupefacenti e prodotti sessuali non sottraggono risorse alla collettività come fanno per esempio le diverse forme di estorsione, ma vi rientrano come flusso monetario. Una vera e propria «legittimazione culturale scandalosa» secondo l’attuale Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo, Roberto Scarpinato, ma che ci fa capire come vanno le cose.
Il quadro che ne risulta non è certo il trionfo della cultura della legalità, ma ci fornisce alcune indicazioni sulla capacità delle associazioni a delinquere di trasformarsi in agenzie che si muovono nel mercato offrendo beni e servizi a prezzi estremamente competitivi. Tali “colletti bianchi” forniscono la loro opera non solo nel campo delle attività ludico-ricreative e assistenziali ma anche nello smaltimento dei rifiuti e in quello edilizio a costi davvero accattivanti. Tutto ciò corre il rischio di farcene accettare l’utilità, soprattutto a fronte della fine del welfare state: a chi non conviene oggi risparmiare qualche soldo?
Tuttavia, il PIL non tiene conto di molti fattori. Non considera per esempio la crescita delle diseguaglianze nei nostri territori e valuta come positivi anche alcuni costi sociali e ambientali. Non misura la felicità dei cittadini e non tiene presenti indicatori quali salute, conciliazione fra lavoro e tempi di vita, cultura, istruzione, sostenibilità ambientale, qualità dei servizi, del paesaggio e delle relazioni… Tutti fattori che rendono la vita soddisfacente e forse degna di essere vissuta.
Fortunatamente di recente si è iniziato a comprendere che le persone e il loro benessere dovrebbero essere il criterio principale per definire il grado di sviluppo di un Paese, nonché la reale priorità dell’attività produttiva di una nazione. Già nel 1990 l’ONU elaborò lo Human Development Index (HDI) proprio con l’obiettivo di integrare uno strumento considerato, persino allora, inefficace e fuorviante. L’HDI è ancora oggi un indicatore composto da tre dimensioni: il reddito, l’istruzione e la salute e fa coincidere il concetto di felicità con quello di soddisfazione dei bisogni sociali − Italia al 34° posto. La New Economic Foundation ha invece elaborato nel 2006 l’Happy Planet Index che rivela il grado di benessere di una popolazione integrando i dati raccolti su felicità, speranza di vita e impronta ecologica in una prospettiva più ampia rispetto a quella standard della performance economica − Italia al 51° posto.
Riprendendo il titolo dello Human Development Report del 2011 “Sustainability and Equity: A Better Future for All”, solo smantellando il valore totemico del PIL saremo dunque in grado di godere di un futuro migliore per tutti.

L'economia della felicità639

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giovedì 4 maggio 2017