Una specie di solitudine

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John Cheever (1912 – 1982)

John Cheever è uno scrittore necessario.
L’ho conosciuto per caso, sfogliando La lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera. Alessandro Piperno ne faceva un caposaldo della letteratura americana; siccome la curiosità è in un tempo solo linfa e maledizione, “smanettando” su Google ho digitato ‘John Chever’. L’ho scritto con una ‘e’. E alla sua voce, internet mi spiattellava in faccia solo poche righe di biografia. In breve: una moglie, tre figlioli e una fede altalenante in Dio. Niente di speciale se non fosse che Cheever è stato anche un uomo estremamente sensibile, omosessuale e alcolizzato fino all’osso.

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Grazie a quelle righe ho voluto bere (e il verbo non è casuale) le pagine dei diari di John Cheever (Una specie di solitudine, Feltrinelli), e ho voluto fare la scarpetta nei suoi racconti appena ripubblicati (I racconti, Feltrinelli), sia quando affermava di «mangiare i pisellini infilzandoli uno a uno con il coltello», sia quando credeva di «avere imparato molto ad ascoltare il rumore della pioggia durante i litigi, perché significava che sarebbero, da lì a poco, finiti».

Il solito cliché dello scrittore americano: la “giusta” dose di alcolismo (con almeno 6, 7 bicchierini di gin in più), la disperazione mista alla commiserazione, la ricerca spassionata di una mezza verità e poi il sesso (dall’impotenza a ogni erezione “improvvisa e gradevole” appuntata con cura, con tanto di giorni e orari nei suoi diari). Eppure Cheever sembra sempre profondamente assorbito dall’amore dei suoi figli, e di questo sentimento egli ne fa la sua luce alla fine del suo tunnel − perché se tutto ha il gusto amaro della sconfitta, un viaggio in macchina con Susie, sua figlia, nel sedile del passeggero, non può avere lo stesso sapore.
La fine del suo racconto Il marito di campagna potrebbe essere l’epitaffio di tutta una vita, perché se c’è una cosa che solo Cheever sapeva fare era valorizzare il chiaroscuro di ogni esistenza.
L’explicit, dice così: «Poi cala l’oscurità, ed è una notte in cui i re in abiti dorati cavalcano elefanti sopra le montagne».

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017