La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé

La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé

Un angolo di paradiso. Questa è la prima impressione che si ha de La libreria del buon romanzo. E che dire poi dei suoi proprietari: Francesca l’ereditiera, nascosta dentro gli uffici, e Ivan il libraio, entusiasta nel dar consigli a tutti i suoi clienti e sempre pronto a dire che Georg, il suo cognome, suona in francese come gai orgue, “organo di buonumore”. Personaggi a cui ci si affeziona al punto di dispiacersi per non averli come amici.

Sono un personaggio (non) qualsiasi di un libro scelto (non) a caso.

I sogni universali probabilmente non esistono: il mondo, altrimenti, si impegnerebbe a realizzarli con maggiore efficacia. Certamente ci sono però dei sogni condivisi e condivisibili da molte persone con interessi comuni. Il desiderio di ogni lettore appassionato di narrativa: tanti libri belli messi insieme, accuratamente scelti non a caso, a confermare che «di tutte le funzioni della letteratura, una delle più felici è far riconoscere e parlare tra loro persone nate per capirsi». La struttura sarebbe quella di un giallo, perché il negozio che desta invidia per il suo successo è avvolto di intrighi e misteri. Dico sarebbe perché non lo è fino in fondo. Lo è nella trama, ma quel che domina è l’idea quasi onirica della libreria, incorniciata da uno stile che si lascia volentieri andare al tono poetico-filosofico.
«Vogliamo libri che non ignorino niente della tragedia umana, niente delle meraviglie quotidiane, libri che ci facciano tornare l’aria nei polmoni»: è uno dei punti del manifesto de La libreria del buon romanzo. Che vende solo buoni romanzi, appunto, scelti da un comitato anonimo di scrittori. Non il mainstream, non necessariamente i classici: solo quelli che meritano di essere letti (criterio opinabile, criticabile e criticato, ma ben compensato dalla variegata costituzione del comitato…).
Questo è un testo «prezioso nel senso in cui il termine viene impiegato nell’alta oreficeria: rigore estremo nella scelta dei materiali, colore, sfavillio, gioco di forme e accostamenti, alta precisione del taglio, orrore dell’ostentazione.» È un libro da visitare. Per ricordarsi che «l’essenziale è continuamente minacciato dall’insignificante.» [René Char]

Cultura
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lunedì 1 maggio 2017