Il regno di Op

di Paola Natalicchio

Ho incontrato la storia del Regno di Op circa un anno e mezzo fa. “Non è il momento di leggerla”, pensavo, perché per parole che sembrano colpi serve coraggio, e il mio in quel periodo era un po’ ai ferri corti. È passato del tempo e per fortuna i libri si rincontrano, il momento di leggere questa volta è arrivato. Dico per fortuna, perché è un libro che riporta alla vita. Racconta le storie incredibili dei bambini invincibili che si sono trovati catapultati nell’oncologia pediatrica. Da cui, a dispetto di quel che si crede, si può uscire. È su questo che insiste Paola Natalicchio: sui bambini-soldato che vincono.

Probabilmente è impossibile spiegare quello che prova una madre quando sente pronunciare una diagnosi travolgente come quella per Angelo, due mesi e mezzo e un fibrosarcoma addominale. Eppure «trovare le parole per dirlo fa la differenza» come ha scritto Concita de Gregorio nell’introduzione al libro. Fa la differenza perché le parole giuste portano energia, a chi le trova e a chi le legge. Fa la differenza prendersi il tempo di scrivere un blog tra una terapia e l’altra. Fa la differenza comunicare al mondo dell’esistenza di un regno che non dovrebbe essere popolato da nessuno, tantomeno dai più piccoli. Eppure c’è, dunque è il caso di trovare un modo per affrontarlo.

Affrontarlo per imparare che il betadine non è sangue nonostante il color rosso, che nel corridoio a una certa ora ci sono i pop-corn perché gli “abitanti” sono prima di tutto bambini, e il fatto che siano malati viene dopo. Per imparare la differenza tra i guanti bianchi e quelli blu, “i guanti dei puffi” che proteggono dalla potenza dei farmaci. Per riconoscere la potenza di chi vive il Regno di Op “dall’altra parte”, a cominciare da chi distribuisce camomilla e Nesquik fino ai maghi che un giorno ti diranno che si può tornare a casa. A loro infinita riconoscenza.

I bambini al fronte a un certo punto devono rasarsi i capelli e sembrano dei bambini-soldato. A quelli un po’ più grandi si può spiegare che quando usciranno dalla sala operatoria andrà meglio, «però hanno paura lo stesso». Ma sono soprattutto coraggiosi e da loro c’è da imparare che esiste una seconda chanche. Paola Natalicchio ha raccontato storie di resistenza esemplari, per ricordare a ognuno di noi che non bisogna mai smettere di sperare, anche quando tutto sembra andare storto, che c’è un modo bello anche per affrontare il peggio.

Rubando da un altro libro il detto di una nonna: «chi ha mamma non trema», consiglio alle madri, coraggio dei nostri giorni, di leggere questo libro per ricaricarsi della forza necessaria a non far tremare i propri figli. A tutti gli altri, uomini e donne, l’invito a pensare che possiamo essere anche noi delle madri-coraggio, non dimenticandoci di tutti quelli che hanno bisogno di qualcuno che non li faccia tremare.

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Cultura
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giovedì 27 aprile 2017