20 anni dal massacro di Srebrenica: la pace sepolta sotto le pietre

Molti di noi all’epoca erano bambini, qualcuno probabilmente non era ancora nato. Eppure Srebrenica è un termine che tutti associamo a qualcosa di terribile, a ferite che ancora oggi bruciano in quel ventre molle dell’Europa che spesso sono stati e che ogni tanto tornano ad essere i Balcani. Srebrenica è così, la testimonianza viva, palese, dolorosa di un’Europa che non sa, che non può, che non vuole.

Sono passati 20 anni dal massacro che nel 1995 costò la vita a più di 8.000 bosgnacchi.

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8.000 uomini e ragazzi che avevano trovato rifugio assieme alle loro famiglie nella piccola enclave musulmana in un territorio a maggioranza serba. A guarnizione della città era stata posto dall’ONU un contingente olandese. Non bastò. La risoluzione delle Nazioni Unite non fu abbastanza forte da consentire alle truppe schierate di intervenire per difendere la popolazione civile. È così che migliaia di persone intrapresero la lunga marcia verso le fosse comuni da cui ancora oggi i loro poveri resti vengono ripescati. Un vero e proprio genocidio − ormai come tale è unanimemente riconosciuto − il primo in Europa dal termine del secondo conflitto mondiale. Responsabili le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic.

In questi giorni il mondo si è apprestato con un doloroso pellegrinaggio al memoriale che ricorda il massacro. Potenti di (quasi) tutte le nazioni, tutti insieme impegnati a ribadire ancora una volta quel “mai più” che troppo spesso è risuonato invano. Per la prima volta ha preso parte alle celebrazioni anche il Primo ministro serbo Aleksandar Vučić e il Capo del governo di Belgrado ha espresso parole di condanna per quello che ha definito un crimine. Il gesto, significativo, ma forse anche interessato (la Serbia ambisce all’ingresso nell’Unione Europea), non è bastato però a seppellire due decenni di odi e rancori. La rabbia della folla presente alla celebrazione è  sfociata nella violenza, con un’aggressione a colpi di pietre, scarpe e bottiglie nei confronti della delegazione serba. Sulla collina del memoriale, intanto, un lungo striscione rievocava le parole dello stesso Aleksandar Vučić allora giovane Ministro del presidente Slobodan Milosevic: “100 musulmani morti per ogni serbo ucciso”.
Eppure la strada della riconciliazione e della pacifica convivenza resta l’unica percorribile e l’unica in grado di garantire benessere alle popolazioni di quell’area. Come ha ricordato la presidente della Camera Laura Boldrini, presente alla cerimonia in rappresentanza dell’Italia, «è giusto oggi chiedere che venga fatta giustizia, ma senza dimenticare che la responsabilità è sempre individuale e non ci può essere responsabilità collettiva. Se sposassimo la tesi della responsabilità collettiva noi ci condanneremmo e condanneremmo questi popoli all’odio eterno».

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giovedì 27 aprile 2017