Maccarone m’hai provocato e io…

Dal pennello a foodstagram

Maccarone m’hai provocato e io…

Trippa al sugo 15 like, pizza prosciutto e funghi 23, tonnarelli cacio e pepe 27, carne in scatola su funghetti e carotine (in scatola pure loro) 7, verdura ripiena una quarantina circa ma mai quanti per i tortini plasticosi (alias cupcackes). Mentre cuciniamo, prima durante e dopo il pasto, il “click” alla pietanza è rituale collettivo. Non è una novità, le “spennellate artistiche” di un tempo lasciano spazio alla fotografia che lascia spazio alla fotografia-con-telefonino ma il soggetto è sempre lo stesso: il cibo. Lepri avvitorcolate, nature morte adornate di fagiani appesi, pesci boccheggianti, cestelli con formaggi e pane, brocche colme di vino, cosa sono se non delle rappresentazioni di pietanze instagrammate dal tempo?

Se l’Arcimboldo verdurizzò cristiani e una manciata di secoli fa differenti “cibaglie” veicolavano differenti ideologie (riguardanti il sociale e non solo), più recentemente con la “Eat” e la “Pop Art” la rappresentazione dell’alimento diviene simbolo del consumismo. Il cibo, così, attraverso l’arte figurativa rappresenta, di volta in volta simboli, usi, costumi e ideologie legate ad un determinato periodo storico, fino ad arrivare al Foodscapes (veri e propri paesaggi alimentari).

Dunque pare fisiologico che la porchetta d’Ariccia adagiata in maniera provocante, le cicorie saltate e il riso bollito, sperimentando il proprio momento di gloria, diano vita al Foodstagram ovvero la tendenza di condividere sui social network foto di cibo.

Ma quando la tendenza si trasfigura in ossessione? Nei locali d’Oltreoceano si vietano i flash al pasto come se fosse una tela del Caravaggio e gli specialisti in patologie alimentari iniziano ad interrogarsi. Nel recentissimo “Food Fetish: Society’s Complicated Relationship with Food“, la dottoressa V.H.Taylor afferma che la foto al cibo non è di per sé problematica – e ci mancherebbe anche! – ma può essere, per alcune persone che già presentano predisposizioni a problemi di peso, una marcia in più per poterli sviluppare. Le ipotetiche, fortunatamente, si sprecano. È da sottolineare che non vi è una correlazione diretta (differentemente da come si legge in alcuni blog e giornali online) tra foto ed eventuale sviluppo di patologie alimentari, bello o brutto che sia, lo scatto alla caciotta rimane, ora come ora, soprattutto un fenomeno di massa.

L’unica certezza palpabile è che la rappresentazione visiva del cibo era e rimane uno dei principali pilastri attraverso il quale sia artisti che avventori, esprimendo il proprio ego, dipingono una cultura.

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I vostri commenti all'articolo

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  1. Sgargabonzi

    Le foto delle melanzane alla parmigiana della mamma su Facebook. O delle crudité dell’aperitivo in centro che siano. Simbolo di tutto il male possibile. Ho sempre pensato che meno carisma uno ha e più ciancia di cibo. Lo fotografa, ne parla, ne parla pure mentre mangia, “reinventa” e “rivisita”, si fa un mazzo tanto per raggiungere il localino tipico dove farsi felicemente spennare.
    Io sono 34 anni che mangio mai per fame, ma solo per noia, per fare qualcosa. E lo trovo un atteggiamento paradossalmente sanissimo.

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martedì 2 maggio 2017