E insomma Stranger Things è finito

Ricordo l’agosto dei miei 19 anni con particolare chiarezza. Succede sempre così quando un evento – interno o esterno a noi stessi – ci marchia in maniera indelebile. Il mio agosto dei 19 anni è ruotato intorno a It di Stephen King. Stavo preparando l’esame di Letteratura Italiana I, ma mettevo costantemente in secondo piano lo studio dei testi e degli autori del Trecento e del Quattrocento rispetto al romanzo di King. Era più forte di me: era irresistibile. Sono passati più di dieci anni e mi trovo a ricordare quell’estate poche ore dopo aver visto il finale di Stranger Things. Con una maturità diversa, certo, rispetto a quella dei miei 19 anni, ma con la salda certezza che il romanzo di Stephen King sia un capolavoro e che la serie televisiva creata dai fratelli Duffer sia stato il suo adattamento migliore.
Il 15 luglio 2016 Stranger Things irrompeva nelle case di mezzo mondo per raccontare la scomparsa del dodicenne Will Byers e guadagnarsi così un posto nella storia della serialità televisiva. Se non altro per l’importanza seminale che ha avuto per Netflix, cioè per la piattaforma che per prima ha rivoluzionato il nostro modo di vedere e di vivere cinema e televisione. Non ho dubbi che il successo della serie televisiva dei Duffer abbia dato la spinta decisiva al colosso dello streaming, che dieci anni fa muoveva i suoi primi passi in tutto il mondo dopo un’espansione che rischiava di essere fallimentare.
Credo però che Stranger Things abbia saputo guadagnare un posto nella storia della televisione non solo per meriti estrinseci, ma anche propri. Pochi prodotti – cinematografici o televisivi che siano – hanno saputo raccontare meglio l’amicizia, l’infanzia o la preadolescenza e insomma quegli anni lì. Può piacere o non piacere, ma almeno questo gli va riconosciuto. Così come dobbiamo riconoscere a Stephen King di avere saputo fare altrettanto con il suo It. Sono storie di formazione, trapuntate con tocchi di azione e di orrore; ma il focus rimane sui personaggi e sulle dinamiche tra essi. I nemici non sono Vecna, il Mind Flayer o il pagliaccio, ma la paura di crescere e di ciò che questo comporta: lasciarsi, ritrovarsi, perdersi, superarsi. Il malinconico e amaro tentativo di rimanere aggrappati a un passato che scivola via – ben raccontato dal lungo epilogo di Stranger Things, tanto doloroso quanto necessario, perché autentico – è lo scotto che chi cresce paga tutti i giorni.
Cultura
Twitter:
venerdì 9 Gennaio 2026