TFF – Old Boy (2003)

Old Boy. Sala 1 del cinema “Modena” di Trento. Ore 14:30. Martedì 28 aprile. Deve esserci una goccia di compiaciuto sadismo in tutto questo. Questo, cioè decidere di proiettare un film del genere all’interno di un festival dedicato alla montagna, nel primo pomeriggio di un giorno feriale. Film del genere, cioè un capolavoro di ultraviolenza fisica e psicologica che trova pochissimi termini di paragone nella storia del cinema. Eppure la sala è piena: non un singolo posto libero. Una dolce vecchina ci offre perfino un cioccolatino prima di entrare (forse la goccia di cui sopra va riletta al plurale). La sala è sold out, e non per la dolce vecchina: deve esserci anche un che di masochismo.
Niente può preparare all’esperienza Old Boy, nemmeno averlo già visto. Il film ti prende piano piano e ti stritola ogni volta come fosse la prima. Come fosse la prima non vedi l’ora che finisca e, una volta finito, vorresti quasi ricominciare da capo. Con Old Boy il regista Park Chan-wook tratteggia i contorni di una stralunata Odissea in cui il viaggio dell’antieroe Oh Dae-su è speculare rispetto a quello dell’eroe omerico: non più Itaca, ma la propria identità; non più Circe, Polifemo e le sirene, ma il proprio passato. Non è un caso che Odisseo e Oh Dae-su siano paronimi. Ciò che differisce decisamente è il finale: non c’è una Penelope ad attendere pazientemente Oh Dae-su e la fine delle sue peripezie non porta pace né riposo. Anzi: c’è una più che sottile ironia nel significato del nome della co-protagonista di Old Boy, Mi-do, traducibile con “bella strada”, “buon viaggio”.
Quando in sala cominciano a scorrere i titoli di coda, la tensione si scioglie, ed è una sinfonia di sospiri. Il centinaio di persone che aveva trattenuto il fiato fino a quel momento ricomincia a vivere. La reazione più posata viene da un ragazzo seduto dietro di me, che sussurra al compare che lo ha convinto a prendere il biglietto: “Ma che ca**o di film mi hai fatto vedere”. Non una domanda: forse una presa di coscienza, un’agnizione. Del resto, l’ultima mezz’ora di film mette a dura prova la capacità di sopportazione dello spettatore, ed è una lotta che combattiamo in primis con noi stessi e con i nostri limiti. Alcune persone, sul finale, si alzano e se ne vanno. È vero che le proiezioni al Trento Film Festival si susseguono senza soluzione di continuità e i tempi sono strettissimi. Ma forse, nell’abbandonare la sala anzitempo, c’è anche una nota di sollievo.
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sabato 2 Maggio 2026