Una bicicletta per Dalì

Il tempo non si può fermare

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Vi è mai capitato di vedere per la città quelle biciclette ben posizionate e agganciate in sicurezza, che però hanno subito lo sfogo di qualche nevrotico o annoiato? Quelle che ormai hanno perso la loro identità di bicicletta a causa della trasformazione subita dalle ruote, non più cerchi ferrei ma figure nuove e sformate. A differenza del proprietario che al suo ritorno non sarà felice, io quando le incontro sorrido. Alla fine si tratta di un mezzo di trasporto ecologico che non può più adempiere al ruolo per cui è stato creato, ma si deve reinventare, e ai miei occhi lo fa benissimo.

Corro con la fantasia pensando a Salvador Dalì (1904-1989) su uno di questi mezzi sgangherati. Lo immagino in sella alla bicicletta, intento a percorrere qualche strada surrealista. Non riesce a muoversi, ma nonostante questo non perde il suo sorriso sarcastico, protetto dai baffi ironici. Trasforma le ruote tutte storte nei suoi tipici orologi molli, rendendo così una bicicletta inutilizzabile una bicicletta del tempo, sulla quale a tutti farebbe comodo fare un giretto.

Forse mi sono lasciata trascinare troppo dall’immaginazione, ma la vedete anche voi la somiglianza? È una natura morta esagerata, la forma degli orologi e delle ruote è molto simile. Un’altra assonanza è l’atteggiamento irritante provocato sia da Dalì come surrealista verso colleghi e spettatori, che da chi riduce le biciclette degli altri in quel modo. Sotto questo punto di vista, Dalì ha sempre mostrato consapevolezza definendo la sua pittura al limite tra il critico e il paranoico, intendendo con questo il volgere lo sguardo verso un certo oggetto e vederne invece un altro da riportare poi sulle tele.

Nel 1931 Dalì realizzò l’opera comunemente nota come Orologi molli, il cui titolo originale è tuttavia Persistenza della memoria. In un paesaggio desolato, che ricorda la costa spagnola di Port Lligat dove si era da poco trasferito, inserisce degli orologi da taschino privi della loro durezza metallica e puntualità svizzera, come se il calore li avesse sciolti. Uno di questi si posa mollemente su un viso sgonfio come una maschera. È un richiamo ad un autoritratto di Dalì (Il grande masturbatore), nel quale il suo volto è succhiato e deformato da un insetto.
Varie possono essere le letture del quadro Orologi molli: l’inconsistenza del tempo, dovuto allo scioglimento delle lancette che sembrano dilatarlo, la diversa dimensione temporale nei ricordi. Di fronte a queste interpretazioni, quest’opera trasmette immagini diverse. In particolare, la leggo come il campo delle seconde occasioni tanto rincorse e desiderate e la costante ricerca di un po’ di tempo in più, che però alla fine lascia un grande vuoto. La sensazione finale è che il tempo non si possa fermare con nulla, neanche con l’immaginazione.

L'alternativa
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martedì 3 ottobre 2017