Un giorno in Mongolia un cantante mi disse

Quel giorno avevamo percorso più di otto ore di jeep. Alla guida Dimitri, dirigente dell’aeroflot di Ulaanbaatar; seduto dietro il suo amico Enkhbayar, pilota della suddetta compagnia. Anche se forniti di satellitari, ci siamo persi in quelle steppe dove si percepisce l’infinito semplicemente guardando in avanti. Arriviamo nel luogo dove è nato Gengis Khan, ad accoglierci un altro pilota della Mongolian Airlines con la sua famiglia. Figlio di uno dei rari dottori che operano nei villaggi, ha riunito amici e parenti da tutta la Mongolia per inaugurare l’ospedale nel villaggio in nome del padre. Seduto davanti a me un cantante della Mongolia di origini caucasiche. Poi mogli, figli, fratelli e cugini di tutti, il sindaco e uno sciamano. Sulla tavola interiora di cavallo, caraffe di latte fermentato, mascelle di agnello, piramidi di formaggio secco, vodka fatta con latte di yak e patate. Gli uomini con il cappello, le donne con una margherita nei capelli e per me una stella alpina che, senza chiedere il motivo, ho indossato e mi sono subito sentita un po’ più speciale. Dopo lo “spuntino” gli uomini m’invitano in giardino al loro tavolo, mi raccontano leggende e ricordi di quei luoghi. Mangiamo pezzi di aglio e funghi inzuppati di non so cosa. Il cantante aveva due occhi orientali, due zigomi pieni, lunghi capelli raccolti in una treccia brizzolata e perfettamente tirata. Sorrideva a chi incontrava, un uomo silenzioso che mi parlava a ogni battito di ciglia. Arriva sera e nel ristorante del paese sono invitate alcune famiglie del villaggio. Io sono al tavolo con quella del sindaco: un nucleo di piccoli cow-boy. Cappelli, stivali importanti, cavalli parcheggiati e uno sguardo protettivo, sembravano i figli buoni di Gengis Khan. Cala la notte.
Cinque jeep formano un semicerchio con i fari puntati verso il batik steso in riva al fiume. In un sacchetto di plastica un maialino cucinato, ancora intero e ben arrostito. Qualcuno fa un tuffo veloce prima di sacrificare l’animale. Il cantante ha una tunica marrone che copre i suoi vestiti abitudinari, indossa degli stivali di stoffa con la punta all’insù, come quelli di Aladino. Al collo la sua chitarra di legno, più piccola delle nostre. Gli uomini seduti sul tappetto, noi donne un po’ più indietro, chi in piedi, chi seduta. Appoggiato su uno sgabello si mette una mano in testa e posa il cappello di paglia in terra, sarà un ostacolo nella sua corsa verso il cielo, penso io. Un po’ di silenzio, lui chiude gli occhi e noi lo aspettiamo. Chi con i cellulari puntati per filmarlo. Io non mi chiedo, ma vivo ciò che vedo. L’anima sua inizia a vibrare dal basso per risalire e dalla gola fuoriuscire. Non è solo canto il suo, è un canto pieno di spirito.
Quel giorno in Mongolia un cantante mi disse.

Rito sul fiumex
[Foto di Francesca Bottari, Rito sul fiume]

 

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venerdì 6 ottobre 2017