L’odore dell’India a Torpignattara, venendo da Termini e passando per il Pigneto

Non conosco bene Roma, al di là dei luoghi turistici. Quando arrivo a Termini in una giornata molto calda di metà settembre, decido allora di camminare fino a Torpignattara, passando per il Pigneto. “Andrò un po’ in giro a guardare le case!”, mi dico pensando al Caro diario di Nanni Moretti.
Non ho pregiudizi e non ho fretta: cammino lentamente guardandomi intorno, mi fermo di tanto in tanto a chiedere indicazioni. Tutti mi guardano in modo strano quando confermo di sapere che mi ci vorrà più di un’ora.

via-del-pigneto

Del Pigneto, nonostante nella calura del mezzogiorno le strade siano completamente deserte, immagino i cocktails bevuti all’ora dell’aperitivo in locali alla moda, tra un discorso mondano e l’altro. Eppure l’essenza del quartiere mi pare popolare. Accessibile, affabile e godibile. Me lo dicono gli occhi di un passante a cui chiedo indicazioni, la simpatia del cameriere che mi serve un pezzo di pizza, i palazzi con appartamenti dagli stessi ambienti e gli stessi balconi, persino le stesse tende tutte dello stesso colore, che mi ricordano la mia Bolognina.

ponte_pigneto

Il passaggio tra il Pigneto e Torpignattara mi pare evidente quando i locali trendy vengono sostituiti dai negozi cinesi, i fast food asiatici di ogni sorta e tipo, e la street art che colora le pareti di molti edifici.

via-della-marranella

Cammino con il naso all’insù, curiosa, senza filtrare l’esperienza, fenomenologicamente aperta a qualunque dettaglio attiri la mia attenzione. È così che un odore inconfondibile incontra improvvisamente le mie narici mentre cammino tra via di Acqua Bullicante e via della Marranella. Mi fermo di botto.

Ma sì! È quell”odore dell’India” di cui parlava anche Pasolini, riconoscibile al primo sentore da chiunque abbia viaggiato nel subcontinente indiano. Alzo gli occhi e ne trovo la causa: proviene da un fast food in pieno fermento nonostante l’ora di cena sia ancora lontana.

Infilo la testa, e soprattutto il naso, oltre la porta, questione di esser proprio sicura di non sbagliarmi e verificare se davvero, qui, a Roma, siano riusciti a portarsi dietro quell’odore che laggiù impregna ogni cosa. Sniffo con gli occhi semichiusi, sotto lo sguardo incuriosito del ragazzo al bancone, e non ho più dubbi: è proprio l’odore dell’India. Anche la decorazione è autentica, esattamente come sarebbe in un simile ristorante di una città indiana. Il ragazzo mi rivolge uno sguardo interrogativo al quale rispondo con un sorriso largo e silenzioso, come ho imparato laggiù, dalle donne bengalesi di Calcutta.

Chissà cosa penserebbe Pasolini scoprendo che proprio qui, nelle sue strade, si trova lo stesso odore che nel ‘61 appariva come un esotismo a puntate su Il Giorno?
Forse il rebus del caos indiano pasoliniano, oggi che i particolari ne sono accessibili anche qui, sarebbe più facilmente solvibile. O forse no: si perderebbe nel multietnico caos di Torpignattara e, tra un conflitto sociale e l’altro, sì – forse – piacerebbe a Pasolini. Chissà?

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martedì 3 ottobre 2017