Lascio tutto e giro il mondo

Lasciare la penisola italiana è un desiderio diffuso che non ha ancora alterato visibilmente i dati statistici sulle partenze, ma che sta modificando la realtà del nostro Paese da circa un decennio. È un sentire tipico di persone fra i 20 e i 50 anni. Non è un andare per sopravvivenza, bensì un allontanarsi da un’Italia che sa troppo di casa e poco di speranza. Una nazione che ha cullato per anni i suoi abitanti proteggendoli in una italianità che ci ha fatto sentire – diciamocelo – diversi e spesso migliori o peggiori di altri. Una “protezione materna”, passatemi il termine, che negli anni ha portato all’esigenza di uscire e che oggi più di ieri viene smaltita velocemente – lo dico per esperienza –in una quotidianità fuori confine.

Non siamo un popolo di viaggiatori – in 20 mila km ho incontrato solo 3 connazionali –, ma qualcosa inizia a farci muovere diversamente dai miti dell’estate. Per certi aspetti ci sentiamo ancora differenti da molti europei (per via di elementi come simpatia, amicizia, bellezza, divertimento e piacere), ma la voglia di uniformarsi a qualcosa che non conservi immaginarie italianità sta trasformando una generazione intera. È un cambiamento di cui non nego l’influenza positiva perché, come diceva Sant’Agostino, «il mondo è un libro e se non si viaggia si leggono solo poche pagine».
Prima di mollare tutto però è importante chiedersi cosa significa fare il viaggiatore. È semplice affermare “lascio ogni cosa e parto” come lo è perdersi e farsi corrompere dalle infatuazioni di culture piuttosto che da reali conoscenze.
Da quando c’è l’Uomo, non vi è partenza inscindibile da un arrivo, e viceversa. Dunque se il bisogno di viaggiare equivale a fuggire, ciò che evitiamo torna, esattamente come la natura circolare di ogni viaggio. Un viaggiatore poi non sempre arriva a casa contento, il suo lavoro – come dice una canzone – è un arduo «mestiere di vento».

Il desiderio di andare non mi abbandona facilmente, ma da quando ho compreso che fuori o dentro confine, per la mia esistenza, non cambia nulla, ogni partenza la vedo per quello che è: una tensione che trova sfogo nella possibilità aperta di viaggiare senza necessariamente farlo. Ma tale consapevolezza l’ho acquisita esplorando il mondo in solitudine, senza considerare il viaggio una liberazione, ma cercando di fortificarmi attraverso una ricerca di me stessa, interrogando luoghi e popoli. La vera conquista del mondo infatti è imparare a vivere come si vorrebbe, sia in Italia che altrove. L’autentico appagamento di un viaggio è tornare a casa viaggiatore per continuare a spendere le proprie giornate con la stessa curiosità di un attento camminatore.
Non è semplice, ma come direbbe un saggio taoista «un viaggio lungo mille miglia inizia sempre con un passo». Uno dopo l’altro, il segreto sta nel riconoscere la propria direzione da persone che non ci piacciono perché non ci somigliano, sia fuori che dentro confine, umano o geografico che sia.

2o articolo lascio tutto - Siberia orientale

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martedì 2 maggio 2017