La libreria in bianco e nero

coordinate: 48° 51' 11 " N 2° 20' 45" E

La libreria in bianco e nero

Provate a pensare a un gomitolo di sogni e di strade. Passeggiare lungo la Senna è così. La Rive gauche è costellata di vecchie edicole da marciapiede, les bouquinistes segnano i tuoi passi, come un branco di prostitute pronte a venderti belle parole d’inchiostro ingiallito dai troppi sguardi o da troppi tempi. Ho preso al volo un caffè da Starbucks per l’aria familiare che ha il nome. Stazionerò davanti a qualche Facoltà alla ricerca di un futuro. In una città molto grande è facile perdersi, io sono già perduto. Per questo, posti anche poco conosciuti dal mondo ma “tuoi” solo perché allungano il tuo caffè senza annacquarlo, o “tuoi” al punto che potresti decidere di andarci a leggere il tuo ultimo libro, sono quello di cui hai bisogno. Così camminando lungo ruede la Bûcherie persino a uno come me capita di ritrovarsi davanti al numero 37: Sheakespeare and Co. In passato centro della cultura anglo-americana bandita, la generazione perduta di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, oggi “solo” una vecchia libreria inglese, a Parigi.

Un portone separa due vetrate da cui non si riesce a intravedere nulla se non qualcosa di magico, scaffali in cui i testi impilati ordinatamente sembrano formare pilastri e volte a sostegno di una cattedrale di carta a cui hai il timore di sottrarre anche un solo volume per paura che miliardi di lettere possano pioverti addosso. Così mi ritrovo, ancora, a oltrepassare la soglia, lascandomi alle spalle l’unica insegna, gesso scritto su ardesia, che non parla né di prezzi né di best seller ma di romanzi e trame e personaggi, gli stessi che incontrerai al piano terra, regno dei libri che si vendono ancora, nuove edizioni o nuove uscite accatastate in uno spazio minuscolo eppure stazione di partenza.

È lo stesso disordine che c’è in un cassetto in cui hai provato a ordinare ottomila ricordi. Di ognuno sai l’esatta collocazione eppure, anche a distanza di anni, non smette di spaventare tua madre.

Certi giorni, se sei davvero fortunato, a chiamarti al piano di sopra, non è la tua curiosità ma la musica di un pianoforte, vecchio ma non del tutto scordato. E nemmeno dimenticato.

Vado spedito in quel bugigattolo di stanza a suonare qualche pezzo che mi viene bene o ad ascoltare qualche audace visitatrice imbarazzata quanto me da tanta bellezza. Corridoi stretti e pareti basse, un mosaico di dorsetti scuri e opachi, come il celeste spento di tela rovinata di una vecchia Mrs Dalloway, fanno da sfondo al suo sorriso impacciato.

I vecchi libri sottraggono peso alla paura. Le parole scritte escono dalle pagine e restano sospese. Ogni avventore ci può poggiare un pensiero.

C’è una macchina da scrivere rossa, messa a disposizione di chiunque si senta ispirato. Tutto quello che sono riuscito a dire su un biglietto usato della metro è che, in questo posto di stupore e meraviglia, io ci sono stato.

Bulkington

Foto di Luisa Gissi©

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sabato 29 aprile 2017