Cap.6 Una scarpiera nepalese in India

Materassi di cocco in un Ashram indiano

Non avevo più motivi di restare nell’eremo, le persone mi avevano aiutato a muovere un altro passo in avanti sul sentiero della consapevolezza.

L’indomani sarei partita e quella sera dormii poco. Asha, un’americana di Washington sulla sessantina, entrò in camera che era notte fonda. La torcia le illuminava il viso, aveva uno sguardo dolce e inumidito dalle difficoltà di una vita passata. In punta di piedi finì di sistemare il bagaglio e mi fece sedere sul suo letto. Iniziammo a parlare sottovoce mentre il resto della stanza dormiva. «Sto per partire Asha, ho un treno fra poco», dissi. Lei si alzò, prese la sua valigia e la riempì delle sue cose appena sistemate. “Vorrà partire con me?” mi chiesi terrorizzata. Invece si spostò sul letto che stavo per lasciare. «Posso?» e aggiunse quasi in silenzio “il tuo ricordo so che mi farà buon compagnia”.

Maria e Gasparina invece le conobbi in mensa. Con una simpatica cadenza veneta mi spiegarono che Sai Ram” è il principio divino spirituale che riposa in ogni Uomo. Il saluto che ci si scambia fra devoti dunque è un mantra, una breve preghiera per riconoscere nell’altro il divino che risiede sia in lui che in ogni cuore.

Poi Eva, una polacca sulla cinquantina. Sola, elegante e pacata nei modi. Dormiva nella mia stanza e attaccati al suo letto scendevano dei veli bianchi di cotone, che immagino si fosse fatta cucire dai sarti del posto. Eva doveva essere lì da molto o si sarebbe trattenuta a lungo. Aveva i capelli chiari, corti e messi come stavano, volutamente lasciati alla loro naturale bellezza. La salutai, lei mi abbracciò e in italiano mi disse: «sei un piccolo dio, giovane». Piansi, non so se di lacrime di gioia per non dovermi più addormentare su quei materassi scassati, o se per qualcosa d’altro che nemmeno io conoscevo. Non potevamo comunicare e non sapendo più dove guardare me ne andai.

A piedi nudi camminavo per le vie dell’Ashram, era l’alba, non avevo nulla di superfluo, se non un intruglio alle erbe che mi lasciò una signora russa.

Salutai con ogni rituale quelle statue indiane che all’arrivo erano icone prive di senso. Simboli induisti, buddisti, croci cristiane e ortodosse, “qui è la casa di tutti” pensai. Davanti a una scarpiera fuori dal building dei devoti nepalesi lasciai le mie scarpe. Anche quelle erano in più.

L’uscita era vicina e un signore con i baffi mi aprì il cancello. Sopra, il cielo conservava la stessa oscurità di quando piccola e impaurita ero arrivata. Il risciò ad aspettarmi era lo stesso dell’arrivo. Un ultimo sguardo indietro prima di salutare il dio in ogni persona, fuori e dentro quei cancelli. Poi guardai l’uomo che chiuse i cancelli alle mie spalle e accennando un inchino gli dissi «Sai Ram amico». Compresi di essere una delle piccole “filosofe in cerca di” e scalza ripresi la via verso un altro pezzo di consapevolezza da aggiungere al puzzle della nostra divina identità umana.

Materassi di cocco in un Ashram indiano:
Cap.1 Un acquerello siberiano in India
Cap.2 Una venditrice di papaya
Cap.3 La vita è un gioco per bimbi cresciuti
Cap.4 Una figurina appesa alla macchina del caffè
Cap.5 I veri ballerini danzano in gruppo
Cap.6 Una scarpiera nepalese in India

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martedì 2 maggio 2017