Cap.5 I veri ballerini ballano in gruppo

Materassi di cocco in un Ashram indiano

La verità è che quando inizi ad avvicinarti a una sorta di spiritualità spesso vuoi contemporaneamente esserne immune. Non è una nostra autentica sensazione, ma frutto di quella paura che ci preferisce ignoranti. Ti sembra di non avere la necessità di chiedere qualcosa a qualcuno che non potrai mai confutare. Questo non-bisogno ti fa sentire superiore, ti porta a vedere “gli altri” come esseri fragili e tenerezza per chi si piega ai piedi di quello o quell’altro Maestro – che in India spesso viene celebrato al pari di un Dio. Allo stesso tempo osservi tanta fede e cercando di non essere notato inizi a nuotare contro questo non-bisogno pregando e cantando di nascosto perché, “in fin dei conti male non può fare”.

Osservavo le persone, “alcune filosofe” in cerca di risposte, altre devote e piene di preghiere. Io non riuscivo a identificarmi con nessuno, e mi sforzavo a seguire i riti per sentire ciò che quel concentrato divino aveva in serbo per me. Il mio cuore, spogliato delle paure, portò le persone sotto una luce nuova: c’era qualcosa che ci accomunava. Nel tempio il panorama diventò quello di una piacevole danza di gruppo, dove, anche se non conoscevo bene i passi, mi sono allegramente unita.

La mattina mi sedevo vicino ai fedeli e dalla stessa altezza mi rispecchiavo, vedendo riflesse in loro le mie debolezze. Presi coraggio e accettai l’invito a sfoggiare la mia spiritualità, se ero lì l’avevo scelto io e qualcosa mi diceva di restare quanto sarebbe bastato.

Ho continuato a vivere l’Ashram in silenzio e a modo mio: dormivo, se avevo voglia partecipavo ai canti, se mi andava meditavo, mangiavo, camminavo, inseguivo le scimmie, studiavo in biblioteca, uscivo dai cancelli, rompevo noci di cocco per assetarmi. Le persone iniziarono a venirmi incontro: chi per un caffè, chi per invitarmi a cena, chi per una passeggiata, un invito al tempio, chi per raccontarmi la propria storia. In alcuni momenti cambiavo percorso verso la mensa, il tempio o il piccolo bar per starmene un po’ con me stessa.

Gli ultimi giorni arrivavo per prima alle porte del tempio in modo da scegliere il posto che più mi ispirava per cantare e meditare. Ci stavo delle ore, capitava che le guardie venissero a chiamarmi per farmi uscire. Non facevo tutto veloce, ma dedicavo il tempo necessario per donare gentilezza a quel Dio, a me e a ogni persona che mi circondava, lontana o vicina.

Ero arrivata lì con la presunzione di essere altro – e forse meglio – rispetto a chi vive attorno a me. Un tagliente egocentrismo che avevo affilato per riuscire a superare le barriere materialiste di una vita “all’occidentale” e “moderna” che non mi facevano sentire i sogni dell’anima. E da sola che ero, prima di partire avrei voluto salutare ogni essere umano di quell’eremo indiano

Materassi di cocco in un Ashram indiano:
Cap.1 Un acquerello siberiano in India
Cap.2 Una venditrice di papaya
Cap.3 La vita è un gioco per bimbi cresciuti
Cap.4 Una figurina appesa alla macchina del caffè
Cap.5 I veri ballerini danzano in gruppo
Cap.6 Una scarpiera nepalese in India

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venerdì 6 ottobre 2017