Cap.4 Una figurina appesa alla macchina del caffè

Materassi di cocco in un Ashram indiano

Le persone nel tempio erano molte, tutte sedute e ben ordinate. Si sentiva la voce degli uomini raggiungere la nostra. Ogni tanto sbirciavo le donne attorno a me: chi cantava disinvolta e chi, impacciata come me, cercava di uniformarsi a qualcosa di sconosciuto.
Nel tempio dell’Ashram guardavo tutti dall’alto del mio ego ignorante e mi sembrava di essere in mezzo a degli “invasati”. Ma fra questi ce n’era una – io – che non sapeva cosa l’avesse spinta fino a lì e soprattutto cosa la facesse stare seduta a terra, per giunta anche scomoda.
Sulla scia del “tanto non mi conosce nessuno”, misi a bada il mio ego e iniziai a cantare con gli altri “invasati”.
A occhi aperti mi assaliva una sensazione di nausea, così li tenevo chiusi e cercavo di accordarmi con quello che mi circondava. Preferivo i canti vivaci, avevano il giusto ritmo per non farmi pensare a troppi perché. Non ricordo quando, ma iniziai a sorridere senza rendermene conto. E l’energia con la quale mi unii al battito di mani mi sorprese. Osservai la mia vicina – americana penso– e il suo sguardo di fratellanza mi spinse a battere con più enfasi, quasi a farmi credere in quella figura divina che dava senso al “loro”, o forse “nostro”, essere lì.

In punta di piedi iniziai un discorso con quel Dio. Avevo così paura a riconoscerlo che lo salutai in silenzio, non lo chiamai mai per nome – gli parlavo senza abbandonare il pensiero “non sono pazza”, anche se  mi sembrava di esserlo.
Qualcosa mi teneva alto il volume della voce, senza controllo iniziai anch’io a nutrirmi dell’immagine di Baba appesa in ogni dove.

I giorni successivi smisi di passargli davanti ascoltando chi gli dava il buongiorno o il buonasera e vantandomi di non farlo, lo guardavo con ego più umile. Tuttavia, non gli porgevo ancora i saluti come tutti “gli altri”. “Tanto mica mi può sentire” mi dicevo quando mi fissava da una figurina Panini appesa alla macchinetta del caffè. Ho finito col salutare quell’immagine a modo mio, con il rispetto per chi ha scelto questa strada per pregare Dio, o per chi, per quel saluto, attraversa mezzo mondo per provare ad essere un po’ più felice.

Nessun “invasato”, ma devoti coerenti con le risposte trovate in Baba e fedeli a Lui, altri più filosofi e lì di passaggio per conoscere Baba ma tuttora a caccia di soluzioni più convincenti.

Materassi di cocco in un Ashram indiano:
Cap.1 Un acquerello siberiano in India
Cap.2 Una venditrice di papaya
Cap.3 La vita è un gioco per bimbi cresciuti
Cap.4 Una figurina appesa alla macchina del caffè
Cap.5 I veri ballerini danzano in gruppo
Cap.6 Una scarpiera nepalese in India

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venerdì 6 ottobre 2017