Cap.2 Una venditrice di papaya

Materassi di cocco in un Ashram indiano

Nell’eremo indiano tutti mi salutavano e si congedavano con un “Sai Ram. Io dicevo “thank you” e ricevevo “Sai Ram”. Per ogni “good night”, “good evening”, o dopo un “I am fine” o un ”where is the toilette?”, il nome di Dio riecheggiava ovunque.

Polonia, Sud Africa e Russia. Nel mio camerone un piccolo universo femminile multietnico che si preparava per accogliere la nascita di Gesù: nell’Ashram c’era spazio per qualsiasi credo − cristiano, ortodosso, islamico, buddista e chi più ne ha più ne metta. Avevo paura a conformarmi con tanta devozione. Io Non riuscivo a rispondere “Sai Ram”, era più forte di me, a dirlo mi sarei sentita affetta da un qualche “disturbo da credente”. non mi ci riconoscevo affatto.

L’eremo era grande come un piccolo paese. Oltre agli umani anche scimmie e pavoni. Stavo bene in mezzo a quelle scimmie e passavo ore a camminare inseguendole. Il clima era caldo, io ero debole. “Ci sarà un motivo perché sono qui” mi dicevo, “ma pregare apertamente alla luce di tutti proprio no”. “Come può un uomo di nome Baba essere Dio?” “E come possiamo essere tutti degli Dei come qui insegnano?”. Ero disorientata e scelsi di non sintonizzarmi con quelle frequenze per restare protetta dal mio solido scetticismo.

La mia vicina di letto sudafricana mi diede le istruzioni su come funzionava quel luogo: dai pasti in mensa, agli orari d’ingresso per le donne nel supermercato, ai canti del mattino – bhajan –, alle meditazioni, a dove bere un buon espresso. Fuori dai cancelli dell’Ashram a farmi compagnia trovavo l’India di sempre, ma con i marciapiedi che ospitavano un business fatto di santini, orologi con il volto di Baba, medaglie, poster, incensi, magliette… Un po’ come essere da un Padre Pio indiano. Il mondo in queste occasioni si divide tra chi compra e chi pontifica sul lato consumistico del sacro . Io non mi faccio turbare: quell’industria esiste solo se tu la consideri, sia da cliente che da inquisitore. Non feci caso ai venditori di santini e mi avvicinai invece a quella che diventò la mia commerciante di fiducia: «anche per lei è Natale oggi?» le chiesi, mentre compravo grosse papaya. Riponendo i soldi in una scatola di scarpe che i suoi piedi consumati non avevano mai indossato, mi rispose «Sai Ram». Non parlavamo la stessa lingua e io mi sentii ancor più sola.

Nel distacco da un approccio materiale alla vita, stavo provando la mia forza più grande, ma anche una profonda emarginazione. Iniziavo a conoscere me stessa e, in questa lezione che religioni e filosofie ritengono “La Conoscenza”,  io mi sentivo sola. Quello interiore è un bel viaggio: c’è da augurarsi di riuscire a partire. Ma come tutte le gioie, anche il viaggio dell’anima, che è la vita, conserva un lato spinoso: la solitudine.

Materassi di cocco in un Ashram indiano:
Cap.1 Un acquerello siberiano in India
Cap.2 Una venditrice di papaya
Cap.3 La vita è un gioco per bimbi cresciuti
Cap.4 Una figurina appesa alla macchina del caffè
Cap.5 I veri ballerini danzano in gruppo
Cap.6 Una scarpiera nepalese in India

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giovedì 27 aprile 2017