Cicerone e “petaloso” (Parte II)

Cicerone non si stupirebbe più di tanto a leggere – eh sì, nel frattempo ha imparato anche l’italiano! – su un quotidiano nazionale (nazione? E da quando?) di una nuova parola, “petaloso”, che personalmente (dico io) non lo convincerebbe più di tanto anche se grammaticalmente ben fatta, e la cui sopravvivenza – di questo invece sarebbe ben consapevole – dipende unicamente dalla sua capacità di affermarsi nell’uso.

Non capirebbe invece (e io con lui) la risonanza mediatica data all’innocuo fatterello, pedagogicamente grazioso ma nulla più. Ognuno ne parla: c’è gente (seguita da TG, testate giornalistiche internazionali, politici!) che fraintende una lettera indirizzata da una prestigiosa istituzione a un bambino di otto anni (scritta dunque in un linguaggio “dagli otto anni in su”) attribuendole sentenze mai pronunciate e costringendola a parafrasarsi a scanso di equivoci; gente che inneggia al genio creativo di un poco più che infante; gente semianalfabeta che, dimenticandosi che «est proprium stultitiae aliorum vitia cernere, oblivisci suorum» (a voi il compito di tradurla: Cicerone la fatica di imparare l’italiano l’ha fatta!), decreta la morte della lingua italiana.

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Per caso, poi, al nostro oratore potrebbe capitare di buttare l’occhio su qualche riflessione pubblicata su Facebook (e che lingua è, questa?) in merito all’argomento dalla sempre crescente schiera di paladini linguistici e censori della dubbia moralità dei tempi correnti: ma questa sarebbe un’esperienza eccessiva anche per lui, uomo di duemila anni fa abituato a guardarsi le spalle dai molti nemici accumulati negli anni a causa della sua penna tagliente. Quousque tandem, italiani, abutemini patientia sua?

Leggi anche:
Cicerone e “petaloso” (Parte I)

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giovedì 28 febbraio 2019