Evgen Bavčar. Lo splendore del buio

«Anche chi non può vedere ha dentro quella che potremmo definire una necessità visiva»

Evgen Bavčar. Lo splendore del buio

Ci sono infinite ragioni per stupirsi di una fotografia, ma in questo caso v’è una premessa necessaria, che riguarda l’autore prima ancora dello scatto, e che inevitabilmente proietta ogni impressione su un piano nuovo. Per alcuni prevarrà scetticismo, per altri adorazione, ma in ognuno a destarsi primariamente sarà uno stupore assoluto.
Evgen Bavčar, nato nel 1946 in Slovenia, è cieco. Come scriveva Ernesto Rossi in “Nostalgia della luce”, anch’io ho voluto subito precisarne la nazionalità “per evitare che i miei interlocutori pensassero con distratta supponenza che si trattava di uno di Praga”.

Bavčar, non vedente dall’età di dodici anni, è un fotografo professionista. Ed anche un letterato, un filosofo, un poliglotta. La risposta alla contraddizione che sorge nel domandarsi come un non vedente possa aver fatto dell’opera visuale il suo primario veicolo di comunicazione artistica è assai più ovvia della meraviglia che porta con sé: con le possibilità tecniche degli attuali apparecchi fotografici si possono scattare fotografie anche ad occhi chiusi. Eppure il risultato non è sempre uguale. E poche altre esperienze possono con la stessa forza dimostrare come l’arte sia qualcosa di altro rispetto ai tecnicismi di cui è rivestita, e prorompa come una necessità al fine di creare una comprensione interiore esclusiva fra l’artista e l’altro, o più semplicemente fra uomo e uomo.

Bavčar mostra nei suoi scatti la luce che è rimasta al di là delle sue pupille, l’occhio del “voyeur absolu”, come lui stesso si definisce, l’enigma della rielaborazione evocativa, la coesione dei sensi nella percezione, la nostalgia dell’esule. V’è in lui la molteplicità di chi, vissuto in una patria austro-ungarica, poi italiana, poi finalmente padrona di se stessa, ha trovato la propria realizzazione in Francia, sua attuale residenza, svincolandosi da un destino sociale che lo voleva plausibilmente confinato a intrecciare ceste di vimini, e ancora non era preparato (come forse non lo siamo noi, coi nostri occhi ancora strabuzzati) alla forza di chi è stato in grado di stupire il mondo facendo luce sulla possibilità dell’ineguagliato miracolo dell’essere profondamente umano.

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venerdì 28 aprile 2017