Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza

Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
(La cura, Franco Battiato)

Mi trovo ad un corso di formazione assieme ad altre dodici donne e stiamo affrontando quel tema da cui tutto ha inizio: il concepimento. Più entriamo in profondità di questo momento ancestrale, inspiegabile e magico, più contattiamo il nostro corpo femminile.
Sento il mio corpo? Lo vivo? Ma soprattutto, lo ascolto?! Queste domande, che pure mi faccio da un po’, sono arrivate d’un lampo. Le ho avvertite come una scarica di brividi, in un posto indefinito e sospeso nel vuoto nel centro del mio petto, accompagnate da un’accelerazione del battito del cuore.
Da, dan. Tocca a me presentarlo alle speciali compagne con cui intraprendo questo viaggio: il mio è un corpo che viene definito dagli altri e che tendo a percepire solo quando richiama la mia attenzione. Dico proprio così ed avvaloro questa tesi sottolineando che i ricordi che ho sono quelli di un corpo visto dagli altri, più che da me: “Come sei piccolina!” “Come sei magretta!” “Quella brutta dermatite lì, perché non te la curi?”.
Poco dopo aver detto queste parole, accade qualcosa: un mal di testa, che era latente, si fa sentire. Da sempre ne soffro ed è un pochino fastidioso: mi colpisce le tempie, come fosse un martello; si impossessa degli occhi, facendomi diventare intollerante alla luce; ma, soprattutto, mi prende la bocca dello stomaco e mi provoca una nausea crescente, rendendomi particolarmente sensibile verso qualsiasi tipo di odore. Il tutto può durare dai due ai tre giorni. Un tour de force rimanere in piedi. Doveva arrivare proprio adesso?! Questa volta più che mai è lampante che il mio corpo mi vuole dire qualcosa. Cerco di arginare i danni concentrandomi nel respiro e tenendo a bada la nausea. Fatico a rimanere concentrata, a tratti mi sento quasi in trance.
Le giovani donne con me mi consigliano di stendermi durante la pausa pranzo. Ecco, se rimango immobile va molto meglio. Qualcuna mi porta una coperta, qualche altra un cuscino. Una di noi accosta la finestra così che passi aria, ma non sia troppa. Mi addormento velocemente. Poi sento delle voci in lontananza, voci di donne, di cibo, di sorellanza. Il tutto è molto misurato e delicato. Avverto che quelle donne sono rimaste nella stanza piccola a mangiare, per non disturbarmi; percepisco la loro attenzione gratuita e generosa nei miei confronti; mi sento bene, accolta e coccolata. Riprendo sonno. In quegli attimi, capisco che da sempre nelle mia famiglia si nega il dolore fisico. Lo si fa, credo, per timore di pesare sugli altri. Si è soliti lavorare con la febbre e dissimulare l’influenza. In quel sonno capisco che per me, tutto questo ha portato con sé una negazione totale della percezione del mio corpo. Decido così, su due piedi, di viverlo, quel mal di testa, e di lasciarmi “curare” dalle altre; mi concedo, per la prima volta, di non essere invincibile.
In questa scelta inedita trovo un nuovo contatto. Sento che la relazione con il mio corpo riparte proprio lì dove, chissà quando nella linea del mio tempo, si era fermata.

L'alternativa
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giovedì 27 aprile 2017