Tell me lies…

Tell me lies…

«Dimmi bugie, dolci bugie» diceva una canzone dei Fleetwood Mac.

Grandi, piccole, medie. Bugie di uomini che nascondono un tradimento, di donne che non vogliono svelare i segreti del loro passato. Poi c’è la famosa bugia a fin di bene, ma il bene di chi?
Ogni giorno siamo circondati da una certa quantità di parole o gesti che distorcono la nostra realtà dei fatti. Nostra perché quella che a noi sembra realtà può essere solo la costruzione di un amico, un parente, un figlio.

“Meglio l’amara verità di una bella bugia” citano spesso le frasi dei diari, ma quanto siamo disposti a sopportarla? Spesso assistiamo a mogli che chiudono gli occhi davanti a una traccia di rossetto sulla camicia del marito, oppure a padri che invece di dialogare con il figlio fingono di non vedere i segnali di disagio. A lungo termine, però, la scelta di finte realtà può trasformarsi in una botta (reale) nel muro che ci siamo costruiti. C’è poi la questione delle “omissioni”, quando persone insospettabili sembrano improvvisamente conoscere i lemmi dell’italiano e dimostrano di saperli usare con sapienza. Il non-detto che è bugia solo quando lo non-dicono gli altri.
E via con i sensi di colpa, le paranoie, le domande senza risposta o la semplice noncuranza delle conseguenze, fino alla giustificazione massima che, in fondo, le bugie ci servono per sopravvivere ai piccoli ostacoli della vita. Anche se, a guardare con la lente, il sopravvivere che intendiamo in questi casi è più simile a un vivere facile. Se non vogliamo attaccarci alla poliziesca macchina della verità possiamo captare i messaggi che l’altro ci manda – il famoso linguaggio del corpo – i vagheggiamenti, lo sguardo distratto, la voce flebile. Ma anche iniziare da noi stessi è un buon metodo, perché spesso siamo i primi a cui vogliamo nascondere la verità.

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giovedì 27 aprile 2017